JIM NISBET - I DANNATI NON MUOIONO
Come riconoscere la differenza tra dolore e piacere? Dicono che due corpi che si uniscono si fondano in qualcos'altro, pensò Herbert. In qualche modo, in qualche punto, la gamma delle sensazioni umane, delle emozioni, si capovolge e il dolore diventa piacere, o viceversa.
Arrivò la sua acqua con lime. Lui la ignorò, ma Windrow si mise a fissare le bollicine dentro il bicchiere. Gli dava sollievo, per qualche motivo, vederle salire lungo i fianchi del bicchiere, intorno ai cubetti di ghiaccio e alla scorza verde del lime, che galleggiava in superficie. "Allora, Marty? Che ti succede? Sei scivolato nella vasca da bagno?" "Sono stato buttato fuori da un caso che non era nemmeno mio e uscendo sono rimbalzato sul marciapiede."
Se Windrow voleva ottenere qualcosa da Feyn -e a Windrow sembrava che da Feyn dipendesse la soluzione- avrebbe avuto bisogno di una leva. E per fare leva su di lui ci sarebbe voluta una prova. Una prova schiacciante, qualcosa di cui nemmeno la polizia era a conoscenza. Il caso che avevano in mano, al momento, era fatto unicamente di sottili figure tracciate in aria con le dita, solo una manciata di scintille cadenti in una notte buia, nè più nè meno di quelle di Windrow.
Il sogno fu lungo. Nel sogno tutti gli avvenimenti, veri e presunti, vissuti o soltanto immaginati, gli volteggiavano intorno. Per un certo tempo -quanto, non l'avrebbe mai saputo dire- le scintille continuarono costanti a creare disturbo e confusione nei suoi sogni con le loro processioni disordinate e sconnesse, e finivano sempre per avvitarsi in lunghe spirali di penosa densità, caratterizzate dal vuoto, ma un vuoto carico del peso di qualcosa che aveva lasciato incompiuto, un gesto che doveva fare, un messaggio che doveva consegnare.
L'occhio visibile nello spiraglio della porta saettava da destra a sinistra. Cercava una via d'uscita, pensava alla finestra all'estremità opposta della stanza alle sue spalle, voleva andare a guardare per controllare dei dettagli che non ricordava. Ma non era disposto a correre il rischio di lasciare nel corridoio quello sconoscito così informato. Poi l'occhio smise di andare da una parte all'altra e Windrow capì, o meglio vide, da quell'occhio, che era stata presa una decisione. Ogni volta diventava più facile prendere quella decisione per l'uomo con l'occhio che adesso si stava concentrando su Windrow. Se questo strano individuo nel corridoio sapeva tante cose, doveva per forza finire come tutti gli altri. C'era un modo semplice, efficace e sicuro di sbarazzarsi di un essere vivente che sapeva troppo; e sarebbe stato quasi -l'occhio si allargò- altrettanto divertente che con gli altri. Ma -e l'occhio guardò oltre Windrow- era solo? L'occhio si allargò ancora -sì- e ritornò a Windrow...si sarebbe quasi detto ridiscese su Windrow, perchè l'occhio era contenuto nella testa di un uomo alto. L'occhio, del tutto morto quando Windrow l'aveva visto per la prima volta, ora cominciava ad accendersi. L'occhio sorrise e la punta della lingua si mosse a scatti tra le labbra, poi anche le labbra si mossero, formando delle sillabe.
Windrow lasciò che gli occhi restassero chiusi. Una parte di lui, nel profondo, e forse nemmeno troppo nel profondo, voleva essere lasciata in pace. Si rendeva conto che era soprattutto la morfina a dire la sua. La morfina lo voleva tutto per sè. E una parte di lui era d'accordo con la morfina. Una parte di lui, una parte fondamentale di lui, voleva essere lasciata in pace, morfina o non morfina, per sempre. Un'altra parte di lui, tuttavia, non amava sentirsi dire quel che doveva fare. Così, con uno sforzo immenso, si scosse di dosso il clamore silente dell'autorità.
"C'è modo di sapere quando, come dire, chiedi troppa di questa roba?"
"Sì." Windrow sorrise senza aprire gli occhi. "La macchina chiama il prete."
"Okay." Marilyn gli lasciò la mano e si appoggiò allo schienale della sedia. "Purchè non chiami il coroner."
Passò ancora un po' di tempo. Forse ne passò parecchio. La sirena antinebbia era un metronomo inscrutabile. Quella e l'oscurità.
Un segnale di qualche tipo lo richiamò bruscamente nella stanza, la stanza che poteva lasciare solo a tratti, una stanza che in realtà era molto stanco di abitare, ma che adesso aveva urgente bisogno di visitare di nuovo.
Windrow non emise alcun suono. Dietro di lui un mare nero si stava silenziosamente gonfiando e doveva, voleva, tenerlo d'occhio.
Si accorse che stava sbattendo le palpebre. Senza rumore. Sbatteva le palpebre senza rumore. No, non era esattamente vero, perchè udiva le ciglia sbattere contro la pelle sottile e ipersensibile delle guance scavate mentre si rendeva conto che una volta tanto, fatto o no, era rimasto senza parole. Il tempo continuò a trascinarsi nella stanza buia finchè, finalmente, tra le fronde cascanti della sua mente frusciò un pensiero...
Come riconoscere la differenza tra dolore e piacere? Dicono che due corpi che si uniscono si fondano in qualcos'altro, pensò Herbert. In qualche modo, in qualche punto, la gamma delle sensazioni umane, delle emozioni, si capovolge e il dolore diventa piacere, o viceversa.
Arrivò la sua acqua con lime. Lui la ignorò, ma Windrow si mise a fissare le bollicine dentro il bicchiere. Gli dava sollievo, per qualche motivo, vederle salire lungo i fianchi del bicchiere, intorno ai cubetti di ghiaccio e alla scorza verde del lime, che galleggiava in superficie. "Allora, Marty? Che ti succede? Sei scivolato nella vasca da bagno?" "Sono stato buttato fuori da un caso che non era nemmeno mio e uscendo sono rimbalzato sul marciapiede."
Se Windrow voleva ottenere qualcosa da Feyn -e a Windrow sembrava che da Feyn dipendesse la soluzione- avrebbe avuto bisogno di una leva. E per fare leva su di lui ci sarebbe voluta una prova. Una prova schiacciante, qualcosa di cui nemmeno la polizia era a conoscenza. Il caso che avevano in mano, al momento, era fatto unicamente di sottili figure tracciate in aria con le dita, solo una manciata di scintille cadenti in una notte buia, nè più nè meno di quelle di Windrow.
Il sogno fu lungo. Nel sogno tutti gli avvenimenti, veri e presunti, vissuti o soltanto immaginati, gli volteggiavano intorno. Per un certo tempo -quanto, non l'avrebbe mai saputo dire- le scintille continuarono costanti a creare disturbo e confusione nei suoi sogni con le loro processioni disordinate e sconnesse, e finivano sempre per avvitarsi in lunghe spirali di penosa densità, caratterizzate dal vuoto, ma un vuoto carico del peso di qualcosa che aveva lasciato incompiuto, un gesto che doveva fare, un messaggio che doveva consegnare.
L'occhio visibile nello spiraglio della porta saettava da destra a sinistra. Cercava una via d'uscita, pensava alla finestra all'estremità opposta della stanza alle sue spalle, voleva andare a guardare per controllare dei dettagli che non ricordava. Ma non era disposto a correre il rischio di lasciare nel corridoio quello sconoscito così informato. Poi l'occhio smise di andare da una parte all'altra e Windrow capì, o meglio vide, da quell'occhio, che era stata presa una decisione. Ogni volta diventava più facile prendere quella decisione per l'uomo con l'occhio che adesso si stava concentrando su Windrow. Se questo strano individuo nel corridoio sapeva tante cose, doveva per forza finire come tutti gli altri. C'era un modo semplice, efficace e sicuro di sbarazzarsi di un essere vivente che sapeva troppo; e sarebbe stato quasi -l'occhio si allargò- altrettanto divertente che con gli altri. Ma -e l'occhio guardò oltre Windrow- era solo? L'occhio si allargò ancora -sì- e ritornò a Windrow...si sarebbe quasi detto ridiscese su Windrow, perchè l'occhio era contenuto nella testa di un uomo alto. L'occhio, del tutto morto quando Windrow l'aveva visto per la prima volta, ora cominciava ad accendersi. L'occhio sorrise e la punta della lingua si mosse a scatti tra le labbra, poi anche le labbra si mossero, formando delle sillabe.
Windrow lasciò che gli occhi restassero chiusi. Una parte di lui, nel profondo, e forse nemmeno troppo nel profondo, voleva essere lasciata in pace. Si rendeva conto che era soprattutto la morfina a dire la sua. La morfina lo voleva tutto per sè. E una parte di lui era d'accordo con la morfina. Una parte di lui, una parte fondamentale di lui, voleva essere lasciata in pace, morfina o non morfina, per sempre. Un'altra parte di lui, tuttavia, non amava sentirsi dire quel che doveva fare. Così, con uno sforzo immenso, si scosse di dosso il clamore silente dell'autorità.
"C'è modo di sapere quando, come dire, chiedi troppa di questa roba?"
"Sì." Windrow sorrise senza aprire gli occhi. "La macchina chiama il prete."
"Okay." Marilyn gli lasciò la mano e si appoggiò allo schienale della sedia. "Purchè non chiami il coroner."
Passò ancora un po' di tempo. Forse ne passò parecchio. La sirena antinebbia era un metronomo inscrutabile. Quella e l'oscurità.
Un segnale di qualche tipo lo richiamò bruscamente nella stanza, la stanza che poteva lasciare solo a tratti, una stanza che in realtà era molto stanco di abitare, ma che adesso aveva urgente bisogno di visitare di nuovo.
Windrow non emise alcun suono. Dietro di lui un mare nero si stava silenziosamente gonfiando e doveva, voleva, tenerlo d'occhio.
Si accorse che stava sbattendo le palpebre. Senza rumore. Sbatteva le palpebre senza rumore. No, non era esattamente vero, perchè udiva le ciglia sbattere contro la pelle sottile e ipersensibile delle guance scavate mentre si rendeva conto che una volta tanto, fatto o no, era rimasto senza parole. Il tempo continuò a trascinarsi nella stanza buia finchè, finalmente, tra le fronde cascanti della sua mente frusciò un pensiero...


