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giovedì 10 novembre 2011

La Ballata delle Prugne Secche


PULSATILLA - LA BALLATA DELLE PRUGNE SECCHE

La mia prima infanzia fu disastrosa. Piatti volanti, scene isteriche, sberle, mio padre diventava ogni giorno più aggressivo e paranoico. Con la mia nascita si era rotto qualcosa nel suo cervello, come se fosse partita via una molla. Mia madre era troppo occupata a combattere l'inutile guerra contro di lui per occuparsi di me, quindi, figlia unica, presi questo strano vizio di parlare da sola e con le cose, e costruii una dimensione alternativa dove poter fare tana e salvarmi, mentre fuori imperversava il caos, la casa inghiottita dalle urla.









La prima cosa che dovete sapere sulla nostra lingua è che le parole ti arrivano in ordine sparso. Dialogo tipico:

"La maglia, mettitela!"
"Che la maglia mi devo mettere?"
"Quella una cosa sempre ci vuole la sera."

Se riuscite a mettere in costruzione il foggiano, fare la parafrasi di Guido Guinizzelli vi parrà una bazzecola. L'unica cosa che rende incerta la parentela con lo Stilnovo è la ripetuta presenza di questa misteriosa COSA, di questo IT, di cui è bene imparare da subito il potenziale semantico in modo da poter avere spedite conversazioni. Una COSA può essere una donna ("Ho visto Cosa"), un uomo ("Ho visto Coso"), un fatto eclatante ("Ho visto cose"), un oggetto ("Non trovo il coso"), un cazzo ("E che cosa!"), tutto ("tuttocoso") e, in generale, quanto può tornarti utile quando esci di casa: un pacchetto di crackers, una maglia, un ombrello. Quando esci, si sa, te la devi sempre portare una COSA.
Altrettanto polivalente è il FATTAPPOSTO. Solo che il FATTAPPOSTO è un oggetto di livello tecnologico superiore, di cui, normalmente, si ignora il funzionamento. Il doccino della vasca, l'accendigas, lo spremiagrumi sono delle COSE finchè non si rompono: allora quelli che fino a ieri erano strumenti pratici e affidabili, delle COSE appunto, un giorno ti si ritorcono contro diventando repentinamente dei FATTAPPOSTI, soprattutto se non hai idea di come si aggiustino ("Mi si è rotto il fattapposto della lavatrice"). Ma niente panico: c'è COSO, tuo marito, che bene o male s'intende di FATTAPPOSTI.


Un certo tasso di menzogna fa parte della vita. Alla vicina di casa che ti chiede come stai, non è certo il caso di rovesciare addosso il tuo barile di sventure, devi rispondere che va tutto bene, mamma e papà stanno bene, il cane bene. Alla collega che ti chiede se è ingrassata, devi rispondere di no, che è rotondetta, che i fianchi le donano. All'uomo che ti chiede se ti è piaciuto, devi rispondere che oh, mio Dio se ti è piaciuto, come se non ti è piaciuto, ti è piaciuto una cifra, un bordello, un casino - ma che domande, certo che ti è piaciuto. Si chiamano convenzioni sociali e si acquisiscono nel momento di passaggio tra l'adolescenza e la vita adulta: in quel momento, evidentemente, io non c'ero. O ero al bagno.
Tra l'altro, bisogna chiedersi se in una relazione di coppia stretta, intima, sincera, salda, le convenzioni abbiano senso di esistere oppure no. Io sono decisamente la persona sbagliata cui porre la domanda...Sono assolutamente persuasa che tutti i nodi vengano al pettine, che il diavolo faccia le pentole ma non i coperchi, che le bugie abbiano le gambe corte. La verità, per me, semplifica la vita.


Finimmo, naturalmente, avvinghiati in un bacio travolgente, davanti al gate, in mezzo alle valigie. Dopo due minuti, ci tenne a specificare che non intendeva cominciare una relazione perchè non se la sentiva (originale!). Lui, disse, era un tipo che non si impegna. Però ci saremmo potuti vedere, frequentare. Essere buoni amici. Solite palle.
La storia con Michele seguì pedissequamente lo schema. Dopo qualche settimana di amichevoli slinguate, infatti, volle farmi "un discorso"...Il "discorso" era che aveva cambiato idea, si era innamorato di me e voleva stare insieme-insieme.
A me i "discorsi" sulle relazioni fanno sempre un po' ridere. Questo vano tentativo di categorizzare l'incategorizzabile, come avrebbe voluto Kant, questa voglia di infilare un rapporto in uno schema, di chiamarlo, nominarlo, definirlo, perimetrarlo, mi suscita, se va bene, tenerezza, altrimenti, una certa orticaria.
Ovviamente, la nostra relazione non sarebbe cambiata, nei fatti, nel passaggio da "non-proprio-insieme" a "insieme-insieme". Chiamarla con un altro nome non ne avrebbe modificato la sostanza. Ad ogni modo, per evitare rotture di coglioni supplementari, si fa come con il computer: si clicca sempre su OK.
Anche il buon Michele dimostrò nel giro di poco, pochissimo tempo, di non sapere assolutamente cosa cazzo volesse dalla vita, collocandosi così nell'illustre solco dei suoi numerosi predecessori. Il primo segnale arrivò una sera a cena...Nonostante il panorama, lui aveva un'aria come se gli avessi ucciso la mamma.
"Tutto bene?"
"No. In realtà, non sono convinto di questa relazione. Mi sento soffocare."
Diosanto, quante volte ho sentito questa frase? Novemila? Diecimila? Che gigantesca rottura di palle, che noia abissale.
"Allora lasciamoci."
"Oh, no! Sto benissimo con te, non sono mai stato così bene con una ragazza."
"Allora cosa vuoi fare?"
Nessuna risposta, il programma ha eseguito un'operazione non valida e non risponde, salvare le modifiche? OK.

venerdì 28 ottobre 2011

Io Sono L'Assassino

JESS WALTER - IO SONO L'ASSASSINO

"Generalmente si crede che per diventare adulti sia necessario attraversare una soglia, fisica, emozionale o mentale. Ma io credo che diventare adulti significhi acquisire la capacità di ingannare se stessi. Nient'altro.
I bambini sanno quello che sono. Provate a dire a una bambina grassa che è bellissima, o a un bambino negato per la pallacanestro che ha solo bisogno di allenarsi di più. Non vi crederanno. Da adulti, invece, cominciamo a scambiare le nostre menzogne per verità. Ci raccontiamo che frodare il fisco non è rubare, e che assumere la segretaria con le gambe belle è davvero la scelta migliore per l'azienda. Fingiamo di non essere affamati di soldi e di considerazione, di aver mantenuto i principi morali degli anni dell'università. Ci diciamo che siamo soltanto robusti, e non grassi; distinti, e non vecchi, che i capelli grigi ci danno un'aria sofisticata. Che è meglio non dire nulla a nostra moglie, che non avevamo scelta, che non sapevamo cosa sarebbe accaduto, che siamo ancora di mentalità liberale e che non abbiamo paura. Inventiamo valanghe di razionalizzazioni e giustificazioni, e poi ci convinciamo che sono vere."

"La primavera trscorse in un batter d'occhio. Fu la prima stagione della mia vita a trscorrere più in fretta del previsto, la prima volta in cui mi resi conto che il tempo si muoveva in una certa direzione, verso qualcosa che non era semplicemente un mucchio di giorni, settimane e anni scolastici. Vidi me stesso alle medie, alle superiori e oltre, e i ragazzi prima e dopo di me, come tanti compagni di viaggio. Sentii sul collo il soffio della mia mortalità."

"Lei si voltò a guardarmi. E' strano. Le piccole cose che allora davo per scontate, ora mi torturano con la loro semplice perfezione: un piatto di frittelle, una mano sulla spalla, uno sguardo preoccupato. Non abbiamo idea, quando da ragazzini smaniamo per allontanarci da casa, dall'infanzia, di ciò che significhi davvero: nessuno si occuperà più di noi in quel modo."

"Quell'estate, le giornate non avevano fine. Sicuramente qualche scienziato, da qualche parte, sta costruendo un teorema per provare che il tempo viene piegato e distorto dalle forze dell'infanzia. La giuria lo aspetta a Stoccolma a braccia aperte, i giudici piangono di commozione, perchè quel genio ha finalmente dimostrato che la nostra infanzia è più lunga della vita adulta, che il tempo è un pendio, e più andiamo avanti, più acquistiamo velocità."

"La verità fa male solo a chi ama consolarsi con le menzogne."

"Nessuno affiora integro dall'infanzia."

"I meno infelici, ho letto una volta, sono coloro che raggiungono obiettivi alla loro portata. Forse è vero, ma se fosse così tutti gli esseri umani vivrebbero entro gli stessi confini."

"Se la scuola è davvero una preparazione alla vita, quello a cui ci allena sono gli orari rigidi, i modelli ripetitivi, la mancanza di variazioni che gli adulti cercano in tutti i modi di ottenere, per potersene poi lamentare tutta la vita. Quanti soldi spendiamo per ricevere un'istruzione che ci permetta di annodarci la cravatta allo stesso modo ogni mattina, di ottenere un posto fisso dove parcheggiare la nostra BMW, o di comprare una seconda casa, in modo che anche le nostre vacanze diventino una routine? Veniamo allenati a questa infinita monotonia durante le superiori, e solo i pazzi e gli ispirati ne escono indenni."

"Ma le favole sono per i bambini, e le parabole per i preti. La vita vera è melodrammatica. O rumorosa."

"A volte si piuò restare accecati dalla luce dei propri sogni."

"Mi piacerebbe poter dire che le ragazze come Susan, tutta facciata e niente integrità strutturale, non mi interessavano più, e che avevo imparato ad apprezzare l'affascinante architettura delle donne come Dana. Ma questa è una storia di debolezza, non di forza."

"Sai qual'è il tuo problema, Clark? Tu decidi quello che stai per vedere ancora prima di aprire gli occhi."

"La mia unica difesa è la cronologia, a cui noi ci attacchiamo come a una fede, nella vana speranza che, se obbediamo all'ordine delle cose, l'universo forse non andrà in malora, il tempo non si accumulerà intorno a noi, e noi non saremo seppelliti da eventi casuali, o rovinati dal dolore e dalla confusione.
Invece tutto accade ugualmente."

"Per la prima volta nella mia vita potevo vedere. O ero accecato. O non c'era nessuna differenza tra le due cose."

"Naturalmente, esiste un altro mondo. Proprio dietro questo. Un mondo tranquillo, perfetto. E' là che vanno i nostri desideri e tutto quello che non possiamo avere. I rimpianti, le promesse, i sogni.
Quando sogniamo di precipitare, è lì che atterriamo."

"Così, nell'estate del 2000, quando mancavano solo pochi mesi alle elezioni, mi trovai ad aver fatto esattamente il contrario di quello che volevo fare. Invece di essere me stesso, ero partito all'inseguimento della versione annacquata di un sogno finito. Ero diventato un politico. Avrei fatto meglio a spendere i miei soldi per farmi togliere l'anima con un'operazione chirurgica, sostituendola con una bistecca di manzo."

"Eli aveva appoggiato la mano sul corpo di un ragazzo morto. E pensai: Siamo solo un mucchietto di carbonio e rimpianti."

"Caroline pensa che è buffo: Clark è certo di ciò che sa, e Dana è certa di ciò che sa, eppure tutti noi viviamo in un mondo che è in parte immaginario. Assistiamo ad alcuni avvenimenti e poi, però, completiamo il quadro con la nostra immaginazione."

giovedì 29 settembre 2011

Ossessione

STEPHEN KING - OSSESSIONE
 
...C'è un Mr. Hyde per ogni simpatica faccia di Jekyll, un volto scuro dall'altra parte dello specchio. Il cervello dietro a quel volto non ha mai sentito parlare di rasoi, di preghiere o della logica dell'universo. Metti lo specchio di traverso e vedi la tua faccia riflessa in una distorsione sinistra e sinistrorsa, per metà matta e per metà sana.

E' una logica che divora se stessa. Dice che la vita è un gioco ai quattro cantoni, dice che la vita rotola con la stessa isterica casualità della monetina che si lancia per chi deve offrire da bere. Nessuno va a guardare quell'altro lato se proprio non c'è costretto. [...] E' una roulette, ma non è dignitoso mettersi a frignare che la ruota è truccata. Puoi immaginartela con tutti i numeri che ti pare, che tanto il principio di quella pallina bianca non cambia mai.

Forse è solo lo spirito della massa. Dare addosso all'individuo. [...] La massa è sempre pronta a far fuori lo strano, il diverso, il mutante.

Se ti soffermi a pensarci, questo concetto della comprensione ha un gusto vagamente arcaico, come il suono di lingue dimenticate o un'occhiata in una camera obscura vittoriana. A noialtri americani riesce molto più facile semplicemente capire che comprendere. E' così che leggiamo i cartelloni pubblicitari filando in autostrada. Per comprendere, bisogna spalancare le fauci fino a farsi scricchiolare i tendini. Limitandoci a capire, riusciamo a trovare appagamento in qualsiasi espositore di libri tascabili in qualunque stazione americana.

Gli diedi uno spintone. La sensazione che stavo vivendo era di essere fuori di me ed era la prima volta che mi sentivo così. Come se al posto di guida ci fosse qualcun altro, un altro io. Io ero solo un ospite, seduto di fianco a me stesso.

Mi rialzai. Piangevo ancora. Non riuscivo a fermarmi. Mi stavano guardando tutti con quei buffi occhi da cagnone che fanno i ragazzini quando si trovano ad essere testimoni di un'esagerazione e vedevo bene che non volevano guardarmi piangere. Infatti abbassarono tutti gli occhi e cominciarono a contemplarsi i piedi per verificare che ci fossero ancora. Altri si voltarono per assicurarsi che nessuno si fosse fregato la staccionata. Altri ancora allungarono lo sguardo verso la piscina della casa accanto, giusto in caso qualcuno stesse annegando e ci fosse bisogno di una tempestiva operazione di soccorso.

In un ragazzo o una ragazza l'intelligenza è una specie di fregatura genetica. In un giovane intelligente la minima anomalia è subito visibile, ma se è tutto in regola non è più difficile da capire di una radice quadrata.

Con un po' di sorpresa mi sono accorto che era adirata e che proprio per quello si sentiva confusa. L'ira è un'emozione con la quale un adolescente programmato ha difficoltà a venire a patti.

D'altra parte, quando si abbandona la strada maestra, bisogna prepararsi ad incontrare cose bizzarre. "Come fa la gente a sapere di essere reale?".

Allora mi accadde una cosa strana...solo che, quando ci penso, non mi sembra più così strana. Ci deve essere una linea dentro ciascuno di noi, una linea netta di demarcazione, come quella che divide la faccia in luce di un pianeta da quella in ombra. Credo che chiamino quella linea terminatore, e mi sembra un'ottima definizione, perchè fino ad un certo momento ero tutto in subbuglio e un attimo dopo mi sono sentito freddo come una notte d'inverno.

Quando hai cinque anni e ti fai male, lo fai sapere a tutto il mondo. A dieci ti limiti a piagnucolare. Ora che arrivia a quindici, hai già cominciato a mangiare le mele avvelenate che crescono sul tuo interiore albero del dolore. E' questa l'Edificazione secondo la filosofia occidentale. Cominci a ficcarti il pugno in bocca per soffocare le urla. Sanguini solo dentro...

Mi sono sempre chiesto che effetto facesse trovarsi in mezzo ad una di quelle folle a gridare senza sentire la propria voce, privato momentaneamente di ogni individualità, smarrito nella cieca empatia dell'esuberante, rabbiosa anticipazione della folla, gomito a gomito e spalla a spalla con tutti e nessuno.

lunedì 26 settembre 2011

Io Sono Leggenda


RICHARD MATHESON - IO SONO LEGGENDA

Il whisky gorgogliò nel bicchiere. Lui fece una lieve smorfia per il dolore alla mano e si passò la bottiglia nella sinistra.

Sedette e sorseggiò. Lasciamo che il bordo scheggiato della lucidità si appiattisca, pensò. Lasciamo che l'equilibrio soffice della visione limpida venga cancellato, e presto. Li odio.
Gradualmente la stanza prese a girare intorno al suo centro bariscopico e altalenò ondivaga davanti alla sua poltrona. Una piacevole foschia, sfocata lungo i bordi, gli annebbiò la vista. Guardò il bicchiere, il giradischi. Lasciò che la testa ciondolasse da un lato all'altro. Fuori, quelli vagavano, mormoravano e aspettavano.
Poveri vampiri, pensò, poveri piccoli maledetti, che vi aggirate guardinghi intorno alla mia casa, assetati e derelitti.
Un'idea. Sollevò l'indice, che oscillò davanti al suo sguardo.
Amici, sono qui, in vostra presenza, per discutere del vampiro; un elemento minoritario, sempre che sia esistito: del che non si dubita.
Ma sarò breve: riassumerò le basi su cui poggia la mia tesi, e la mia tesi è la seguente: i vampiri sono vittime di un pregiudizio.
La nota dominante del pregiudizio minoritario è questa: li si odia perchè li si teme. Dunque...
Si preparò da bere. Un bel bicchiere.
Un tempo, nei secoli bui e nel Medio Evo, per essere succinti, il vampiro deteneva un enorme potere, il timore che incuteva era tremendo. Era, ed è ancora, un'anatema. L'odio che risveglia nella società non trova spiegazione logica.
Ma le sue esigenze sono forse più sconvolgenti di quelle animali o umane? Sono forse più offensive dell'atto del genitore che soffoca le capacità del figlio? Il vampiro provoca l'accelerazione del battito cardiaco e il rizzarsi dei capelli. Ma è forse peggiore del genitore che consegna alla società un figlio nevrotico, che diventa poi un uomo politico? È forse peggiore dell'industriale che inaugura tardive istituzioni con il denaro guadagnato vendendo bombe e armi ai nazionalisti suicidi? È peggiore del mercante di liquori che spaccia uno spurio succo alcolico al fine di ottundere ulteriormente le menti di coloro che, già da sobri, erano incapaci di un pensiero razionale? Allora, è forse peggiore dell'editore che riempie di brame lussuriose e letali gli scaffali delle librerie? Fatti un bell'esame di coscienza, mio caro...è poi così malvagio, il vampiro?
Succhia il sangue, tutto qui.

Una citazione aveva dato il via a quei pensieri, riportandolo indietro a quella sera di dieci mesi prima, quando era stato trascinato a quella riunione di fanatici.

Questo stato, conosciuto come cecità isterica, può essere parziale o completo, e comprendere uno, più o tutti gli oggetti...
Consideriamo, ragionò poi, il trauma subìto da una vittima dell'epidemia.
Verso la fine del contagio, la stampa scandalistica aveva diffuso in tutto il paese un estremo terrore dei vampiri. Lui stesso ricordava la pioggia di articoli pseudoscientifici che nascondevano una spietata campagna del terrore concepita al fine di far vendere i giornali.
Era di una comicità grottesca, quel frenetico tentativo di aumentare le tirature mentre il mondo stava morendo. L'iniziativa non riguardò tutti i quotidiani. Quelli che erano vissuti all'insegna dell'onestà e dell'integrità perirono allo stesso modo.

Tuttavia, negli ultimi giorni, la stampa scandalistica era stata molto attiva. In più c'era stata una recrudescenza di fervore religoso. Nel tipico, disperato desiderio di risposte immediate e di facile comprensione, la persone si erano rivolte ad un primitivo fideismo. Senza alcun esito. Non soltanto erano morte altrettanto velocemente delle altre, ma erano morte con il cuore spaventato, lasciando che il terrore mortale scorresse nelle loro vene.

E poi, riflettè Robert Neville, le loro terribili paure avevano trovato giustificazione. Erano tornati coscienti sotto un suolo arroventato e pesante, sapendo che la morte non aveva portato il riposo. Si erano trovati ad artigliare la terra per uscire, con i corpi guidati da una strana, odiosa necessità.
Un simile trauma era capace di distruggere quel che fosse rimasto della mente. Un simile trauma poteva spiegare molte cose.

"La vostra...la vostra società...è davvero splendida" ansimò. "Chi sono quei...quei delinquenti che sono venuti a prendermi? La...l'alta corte di giustizia?"

Lei si mantenne calma. "È cambiata" pensò lui all'improvviso.
"Le nuove società sono sempre primitive" rispose. "Dovresti saperlo. Da un certo punto di vista siamo un gruppo rivoluzionario... che rientra in possesso della società con la violenza. È inevitabile. La violenza non ti è sconosciuta. Hai ucciso. Molte volte."
"Soltanto per...per sopravvivere."
"Esattamente lo stesso motivo per cui uccidiamo noi" commentò lei con calma. "Per sopravvivere. Non possiamo permettere ai morti di esistere al fianco dei vivi. I loro cervelli sono indeboliti, esistono per un solo scopo. Devono essere annientati. Tu che uccidevi i morti assieme ai vivi, dovresti saperlo."
[...] "Oso sperare di sì" disse. "Ma...hai visto le loro espressioni mentre... mentre uccidevano?» Deglutì convulsamente. "Gioia" mormorò. "Pura gioia."
Lei si aprì in un sorriso flebile e remoto. E' proprio cambiata, pensò lui, completamente.
"Hai mai visto la tua espressione mentre uccidevi?" gli chiese. Gli asciugò la fronte con il panno. "Io l'ho vista...ricordi? Era spaventosa. E non stavi nemmeno uccidendo loro, stavi solamente inseguendo me."..."E' possibile che tu abbia scorto la gioia sui loro volti. Non c'è da sorprendersi. Sono giovani. E sono assassini...assassini designati, assassini legali. Uccidono e, così facendo, si guadagnano il rispetto e l'ammirazione degli altri. Che altro ti aspetteresti da loro? Sono essere umani, passibili d'errore. E gli esseri umani sono capaci di imparare a trarre divertimento dall'omicidio. E' una vecchia storia, Neville. E tu la conosci bene."

"Robert Neville. L'ultimo della vecchia razza."

Neville si irrigidì.
"L'ultimo?" mormorò, mentre dentro di sè sentiva aprirsi il baratro della solitudine assoluta."
"Per quanto ne sappiamo" rispose lei con noncuranza. "Sei unico, sai? Quando te ne sarai andato, non ci sarà più nessun altro come te nella nostra società."
Lui fissò la finestra.
"Lì fuori...lì fuori ci sono delle...persone."
Lei annuì. "Stanno aspettando."
"La mia morte?"
"La tua esecuzione."

Osservò quella gente, le dita esangui della mano sinistra aggrappata alle sbarre, gli occhi febbricitanti.

Poi qualcuno lo vide.
Per un attimo il brusio aumentò, accompagnato da qualche grido di sorpresa.
Infine cadde il silenzio, come se una pesante coperta fosse piombata sulle loro teste. Rimasero tutti a guardarlo, con le facce pallide rivolte in su. Lui ricambiò i loro sguardi. E di colpo pensò: sono io quello anormale, ormai. La normalità era un concetto legato alla maggioranza, la norma di molti uomini, non di uno solo.
All'improvviso, quella consapevolezza si fuse con ciò che leggeva sui loro volti -stupore, paura, orrore e ribrezzo- e seppe di terrorizzarli. Ai loro occhi lui era un flagello spaventoso, sconosciuto, persino peggiore della malattia con cui avevano imparato a convivere. Era uno spettro invisibile che per provare la propria esistenza si era lasciato dietro i corpi esangui dei loro cari. Capì quel che provavano e non li odiò.
[...] Robert Neville posò lo sguardo sui nuovi abitanti della Terra. Sapeva di non essere uno di loro; sapeva di essere un anatema, un orrore nero da distruggere, come un tempo i vampiri. E quell'idea lo colpì come un fulmine, distogliendolo perfino dal dolore.
Una risata soffocata gli salì alla gola. Si girò e si appoggiò alla parete mentre ingoiava le pillole. Il cerchio si chiude, pensò mentre il letargo definitivo gli strisciava nelle membra. Il cerchio si chiude. Un nuovo terrore prende forma dalla morte, una nuova superstizione penetra nell'inespugnabile fortezza dell'eternità.
Io sono leggenda.

martedì 30 agosto 2011

Io sono di legno...

GIULIA CARCASI - IO SONO DI LEGNO

"Il destino non fa cenni: alza la mano e da' la risposta, non suggerisce...Il destino, te ne accorgi che c'è quando guardi indietro, mai avanti."

"Adesso sono cresciuta, diario: so che un uomo è giusto la prima sera, la seconda è già sbagliato.
Il mio professore di fisica dice che l'universo tende al disordine, le molecole si allontanano ogni giorno di più una dall'altra. Io penso che anche le persone funzionano così, ogni giorno si disperdono fino a non ritrovarsi."

"Mio padre era geloso delle donne di casa sua.
Era un uomo con l'hobby della caccia, lo spirito della conquista e della proprietà. Aveva un segugio, gli piaceva essere seguito, anche io dovevo seguirlo."

"Potevo dire a Flavia o a Livia "copritemi", ma il silenzio ha un costo e io non volevo debiti."

"Cercavo di dare nella stessa misura in cui mi veniva dato; il guaio era che, sul piatto della bilancia, mettevo degli altri anche le promesse, le consideravo già fatti. Davo azioni in cambio di pensieri, ci perdevo nel cambio della valùta."

"Il cuore è piccolo, lo tieni in una mano, non c'è spazio per tante cose là dentro: al massimo, se si stringe, ci può stare una persona."

"La verità è bicolore. Non ci stanno tinte di mezzo, non ci stanno i compromessi del grigio, il carnevale del blu, del rosso e del giallo.
L'ho imparato quando ho messo a stendere le parole nere sul foglio bianco e la verità le ha asciugate."

"Sofia è mani in grembo, è un silenzio che giudica, è pensieri che se ne stanno per i fatti loro."

"...lei non sa cosa dire, guarda il pavimento, le devono essere cadute le parole. E mi metto a guardarlo anche io il pavimento, per vedere dove sono finite quelle parole, per raccoglierle. [...] Il suo sorriso scolorisce, i suoi occhi fissano un punto invisibile. Parte, lontano, in un pensiero che non si sa.
E io mi sforzo di intuirlo quel pensiero, per riacciuffarla, per riprenderla al lazo e riportarla da me, ma è complicato.
Complicato come curare il dolore se non si sa dov'è."

"...Mia madre stava al centro del letto, poggiavo l'orecchio tra i suoi seni, lo accostavo così, come si fa con le conchiglie per sentirci il mare dentro. Era una conchiglia chiassosa quell'incavo tra i seni, era un martellare di battiti.
Ecco, a me manca quella conchiglia, ma è giusto che io sia qua."
"Perchè?"
"Non siamo noi a stabilire le nostre traiettorie, sono i ricordi che tracciano i confini."

"Vanno cacciate le parole, altimenti ti puzzano dentro, come i cadaveri che tieni in casa."

"E' così facile per l'orgoglio diventare omertà." 

"Ci sono poesie che andrebbero messe in tasca, per tirarle fuori quando servono. Ci sono poesie che andrebbero caricate come pistole, per premere il grilletto e ammazzare il dolore che, se rimane inspiegato, cresce."

"Sbaglio perchè metto gli accenti dove non vanno, metto i bicchieri di vetro nella credenza dei cristalli."

"E io starò in silenzio e aspetterò qualcuno che mi porti lontano, che mi faccia sedere a un'altra tavola. Farò in fretta, mi basta un matrimonio. Sposarsi è la fuga più facile."

"Se dovessi scegliere tra affrontare una tigre o un ragno velenoso, preferirei la tigre: è più facile combattere quello che vedi; io mi faccio sconfiggere da quello che è invisibile."

"...legno dappertutto: legno nei tavoli, legno nelle panche, legno nelle sedie, legno nel bancone, legno nelle cornici degli specchi.
Il legno sembra fermo, ma è sottoposto a pressioni interne che lentamente lo spaccano.
La ceramica si rompe, fa subito mostra dei suoi cocci rotti.
Il legno no, finchè può nasconde, si lascia torturare ma non confessa.
Io sono di legno."

"Perchè non ci riproviamo?" mi proporrà al portone.
Perchè era un vaso talmente rotto che nessuna colla poteva rimetterlo a posto. Lui non aveva saputo resistere al danno e io non sapevo perdonare."

"Le cadute di cuore non sono cadute di superficie, sono di un'altra razza.
Le ferite sulla pelle si rimarginano in fretta, l'epidermide si rinnova di continuo, contiene molte cellule staminali, sono cellule pronte a rimpiazzare quelle morte, sono le seconde schiere di un battaglione.
Il guaio è che nel cuore di queste cellule miracolose non ce ne stanno. Hai una sola fila di soldati. E amen."

"Per Luca la maturità non ha patente, non passa attraverso i libri, passa attraverso i sogni e il coraggio di credere al di là di tutto."

"Ho avuto il minimo, sessanta con spinta, che importa, se non semini non puoi aspettarti di raccogliere; è questo il vantaggio di non seminare, non hai il problema delle aspettative."

"Sofia  diceva che le case sono un discorso in muratura e gli oggetti parole."

"Non ho fatto gli errori di mia madre con te, ne ho fatti altri: ho peccato di originalità."

"Mi piace sentire il tuo sangue tra le mani, vedermelo sul camice; spero sia contagioso e che domani mi possa svegliare come te: essere egoista, sfruttare l'affetto, amare a boomerang, amare di un amore che torna sempre indietro."

"Finalmente avevo una nuova casa, senza i silenzi di mio padre e le debolezze di mia madre. Ero in dovere ogni giorno per quella libertà che lui mi aveva regalato."

"Mi chiedevo come avessi potuto sbagliare, io che il silenzio di un uomo l'avevo odiato per trent'anni, io che mi ero promessa di scansarlo, di trovare un marito con cui mettere in tavola i sapori buoni delle parole."

"Ci sentivamo sbagli che non si dovevano ripetere."

"Io ho faticato per darti il meglio, volevo darti mura solide, volevo un parquet che non ti freddasse i piedi, volevo darti una tavola piena di chiacchiere e una famiglia di cemento."

"Sei tenera" mi hai detto una volta. Ho pensato: no, io non sono tenera, io sono di legno. Hai visto in me quello che neanche io ho visto."

"Io invece non ti potrò scordare; sono in un'età di nostalgie, potrei avere più emozioni passate che future. Io "scordare" è un verbo che non conosco.
Scordare è più crudele di dimenticare: chi è dimenticato viene tolto dalla mente, chi è scordato viene tolto dal cuore.
E se io abito nel tuo cuore e tu mi cacci, io non avrò un altro posto dove stare.
Dimenticami, Miguel, ma non scordarmi."

domenica 17 luglio 2011

La Teoria della Congruenza


MICHAEL CRICHTON - SFERA

"Era convinto che una società dove il farmaco più frequentemente prescritto era il Valium fosse, per definizione, una società piena di problemi irrisolti."

" "Vedete", disse Norman, "in un primo tempo, pensando al problema antropomorfico -al fatto che riusciamo a concepire una vita extraterrestre solo come una vita essenzialmente umana- credevo che si trattasse di un difetto di immaginazione. L'uomo è uomo, conosce solo l'uomo, e può pensare solo in base a ciò che conosce. Ma, coeme vedi, questo non è vero. Possiamo pensare a tante altre cose. Ma non lo facciamo. Ci deve quindi essere un'altra ragione che ci porta a immaginare gli extraterrestri come umani. E secondo me consiste nel fatto che in realtà siamo animali spaventosamente fragili. E non ci garba che ci rammentino quanto siamo fragili -quanto sono delicati gli equilibri interni dei nostri corpi, quanto è breve il nostro soggiorno sulla Terra e con quanta facilità finisce. Noi quindi immaginiamo che le altre forme siano come noi, per non dover pensare alla vera minaccia -alla terrificante minaccia- che esse potrebbero costituire anche senza volerlo." "

"La teoria della congruenza era oggetto di aspre polemiche tra quelli che meditavano sulla vita extraterrestre. In parole povere, gli astronomi e i fisici che prendevano in considerazione l'ipotesi di un contatto con forme di vita 'aliene' immaginavano che l'umanità ne avrebbe tratto benefici straordinari.
Altri invece, storici e filosofi, non s'aspettavano alcun giovamento da questo contatto.
Gli astronomi, per esempio, credevano che, entrando in contatto con gli extraterrestri, l'umanità avrebbe subito una tale scossa da rinunciare per sempre alle guerre per dare inizio ad una nuova era di pacifica cooperazione tra le nazioni.
Ma gli storici ritenevano questa ipotesi assurda. Facevano notare che, quando gli europei avevano scoperto il Nuovo Mondo -evento altrettanto traumatico- non avevano certo smesso di combattersi tra loro. Avevano anzi continuato con ancor più accanimento, limitandosi ad estendere al Nuovo Mondo le tensioni preesistenti. Di farne insomma un luogo in più dove battersi e per cui battersi.
Analogamente gli astronomi immaginavano che all'incontro tra l'umanità e gli axtraterrestri sarebbe seguito uno scambio d'informazioni e di tecnologie che avrebbe fatto fare meravigliosi progressi alla specie umana.
Gli storici della scienza pensavano invece che anche questo fosse assurdo. Facevano notare che quella che chiamiamo scienza è in realtà una concezione piuttosto arbitraria dell'universo che ben difficilmente può essere condivisa da altre creature. Le nostre teorie scientifiche sono le teorie di creature simili a scimmie, che si orientano soprattutto con la vista e che si divertono a cambiare il proprio ambiente fisico. Se gli extraterrestri fossero ciechi e comunicassero con gli odori, potrebbero aver sviluppato una scienza molto differente e descritto un ben differente universo. E potrebbero aver fatto scelte assai diverse sulle direzioni che la loro scienza doveva seguire. Potrebbero, per esempio, ignorare totalmente il mondo fisico e sviluppare una scienza della mente molto avanzata -insomma il contrario esatto di ciò che ha fatto la scienza terrestre. La tecnologia extraterrestre potrebbe dunque essere puramente mentale, senza meccanismi visibili.
La questione ruotava attorno alla teoria della congruenza secondo la quale, a meno che gli extraterrestri non siano straordinariamente simili a noi, non è probabile uno scambio di informazioni."

"Dopo un evento particolarmente intenso il cervello si sforza di assimilare, di capire, di rimettere in ordine il mondo mentale, nel momento stesso in cui intorno il mondo fisico è ridotto a pezzi. Il cervello entra allora in una sorta di overdrive, cercando frettolosamente di riordinare le cose, di chiarirle, di ristabilire l'equilibrio. E' tuttavia un periodo confuso nel quale si gira a vuoto. Bisogna solo aspettare che finisca."

" "In genere", disse Norman, "le persone che non sono in contatto con le proprie emozioni tendono a credere che le emozioni non siano importanti." "

" "Il fatto è", disse Norman, "che tra emozioni e intelligenza non c'è alcun rapporto. Sono come settori separati del cervello, o addirittura cervelli a sé stanti, e non esiste comunicazione tra loro. E' per questo che la comprensione intellettuale è così inutile."
Ted disse: "Inutile la comprensione intellettuale?" Sembrava inorridito.
"In molti casi sì", disse Norman. "Se leggi un libro su come si va in bicicletta, significa forse che sai andare in bicicletta? Niente affatto. Puoi leggere tutti i libri che vuoi, ma devi comunque uscire e imparare ad andarci. Quella parte del tuo cervello che impara a farlo è differente da quella che ha letto." "

"Era una verità psicologica lapalissiana questa cecità di fronte a se stessi...E l'ignoranza su se stessi era ancora più grande. La consapevolezza di sé era la cosa più difficile. Pochissimi ci arrivavano."

"Sì, pensò, è proprio così: gli scienziati si rifiutano di occuparsi dell'irrazionale. Ma il lato irrazionale non sparisce per il solo fatto che ci si rifiuta di occuparsene. L'irrazionalità non si atrofizza per mancanza d'uso. Anzi, lasciato a se stesso, il lato irrazionale dell'uomo aumenta di potere e portata."

"La coscienza è come un sassolino che increspa la superficie dell'inconscio. E man mano che la coscienza si allarga, cresce l'inconscio sotto di essa. Ce n'è sempre di più, inaccessibile."

"In un certo senso, pensò, siamo tutti fatti di memorie. La nostra personalità viene formata partendo dalle memorie, la nostra vita è organizzata intorno a memorie, la nostra cultura viene eretta su quelle fondamenta di memorie comuni che noi chiamiamo storia e scienza."


venerdì 8 luglio 2011

Area Di Contagio

RICHARD PRESTON - AREA DI CONTAGIO

"La comparsa dell'AIDS, di Ebola e di chissà quanti altri agenti scaturiti dalla foresta pluviale sembra essere una naturale conseguenza della distruzione della biosfera tropicale. Sono virus, questi, che emergono da zone ecologicamente disastrate del pianeta. Molti di loro provengono dai margini erosi della foresta pluviale tropicale, oppure dalla savana dove gli insediamenti umani stanno rapidamente aumentando. Le foreste tropicali sono i più ricchi serbatoi di vita del nostro pianeta, perchè contengono la maggior parte delle specie animali e vegetali del mondo. Al tempo stesso, costituiscono i maggiori serbatoi di virus, dato che tutte le cose viventi ospitano virus. Quando questi escono da un ecosistema, tendono a diffondersi ad ondate successive nella popolazione umana, come echi della morente biosfera.
In un certo senso, si può dire che la terra stia creando una risposta immunitaria alla razza umana. Comincia cioè a reagire al parassita umano, al cemento che invade il pianeta, alla cancerogena iperdensità abitativa delle città statunitensi, giapponesi ed europee, sature di primati che si moltiplicano, agli insediamenti che crescono e si espandono minacciando di travolgere la biosfera con estinzioni di massa. Forse alla biosfera non "piace" l'idea di sette miliardi di esseri umani. O forse, l'estrema crescita della razza umana, realizzatasi più o meno nell'ultimo secolo, ha improvvisamente prodotto un'enorme quantità di carne diffusa ovunque, carne che potrebbe rivelarsi incapace di difendersi dall'attacco di una forma di vita decisa a divorarla. La natura ha metodi molto interessanti per ripristinare il proprio equilibrio. La foresta pluviale ha le sue difese. Il sistema immunitario della terra, per così dire, "vede" la presenza della specie umana e comincia a svolgere la propria funzione. La terra sta cercando di liberarsi dell'infezione causata dal parassita umano e forse i virus sono un primo passo di un naturale processo di pulizia."

sabato 17 aprile 2010

Non può essere tutto ciò che hai visto...

ANNE RICE - LA REGINA DEI DANNATI

"Si tratta di una verità spaventosa: il dolore può renderci più profondi, può conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Questo avviene se non ci distrugge, se non annienta l'ottimismo e lo spirito, la capacità di avere visioni e il rispetto per le cose semplici ed indispensabili."

"E devi sapere che in realtà non cambiamo con il passare del tempo; siamo come fiori che si schiudono; ci limitiamo a diventare più simili a noi stessi."

"Ci avviammo insieme nel lungo corridoio; no, non mi piaceva, non volevo stare lì. Era un luogo infestato; ma le vere infestazioni non hanno nulla a che fare con gli spettri; hanno a che fare con la minaccia del ricordo."

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"Io creerò una nuova ragione", disse Akasha con una sfumatura di collera. "Creerò un nuovo e diverso futuro. Definirò il bene. Definirò la pace. E non invocherò dèi o dee o spiriti mitici per giustificare le mie emozioni in nome di una morale astratta. Non mi appello neppure alla storia!"
Marius non voleva che quella scena continuasse. "Akasha", disse in tono implorante, "anche se fosse possibile, anche se la popolazione dei mortali non insorgesse contro di te e gli uomini non trovassero il modo di annientarti molto prima che il piano venga realizzato..."
"Sei uno sciocco, Marius, o pensi che la sciocca sia io. Non credi che sappia di cosa è capace questo mondo, e di quale mistura assurda di mentalità selvaggia e di tecnologia sia l'uomo moderno?"
"Mia regina, non credo che tu lo sappia", ribattè Marius. "In verità non lo credo. Non penso che tu possa contenere nella mente l'intera concezione di ciò che è il mondo. Nessuno di noi lo può: è troppo vario e troppo immenso; possiamo cercare di abbracciarlo con la ragione, ma non ci riusciamo. Tu conosci un mondo, ma non è il mondo, è un mondo che hai scelto tra una dozzina di altri per ragioni tutte tue."
Akasha scosse la testa e la sua collera divampò di nuovo. "Non mettere alla prova la mia pazienza, Marius. Attento a ciò che fai", disse.
Scese un profondo silenzio.
Sicuramente Marius sapeva che Akasha stava mentendo. Lei lo amava, e questo le sembrava umiliante, perciò cercava di ferirlo. E c'era riuscita.
In silenzio, Marius frenò la rabbia. "Anche se fosse possibile", insistette con gentilezza, "puoi affermare che gli esseri umani si sono comportati male al punto di meritare una simile punizione?"
"Ah, ora mi disgusti", rispose lei.
"Akasha, sono duemila anni che osservo e frequento questo mondo", disse Marius. "Chiamami il romano nell'arena, se vuoi, e parlami delle epoche antecedenti. Quando m'inginocchiavo ai tuoi piedi pregavo perché mi dispensassi il tuo sapere. Ma ciò che ho veduto in questo breve tempo mi ha riempito di reverenza e di amore per tutte le cose mortali; ho veduto rivoluzioni del pensiero e della filosofia che credevo impossibili. La razza umana non si sta forse avviando verso l'era di pace di cui parli?"
Il volto di Akasha era il ritratto dello sdegno. "Marius", disse, "questo passerà alla storia come uno dei secoli più sanguinosi della storia umana. Di quali rivoluzioni parli, quando milioni di persone sono state sterminate da una piccola nazione europea per il capriccio di un pazzo, quando intere città sono state cancellate dalle bombe? Quando nei paesi desertici dell'est i bambini fanno guerra ad altri bambini in nome di un Dio antico e dispotico? Marius, le donne di tutto il mondo gettano nelle fogne i frutti del loro grembo. Le urla degli affamati sono assordanti, ma non sono ascoltate dai ricchi che folleggiano nelle cittadelle tecnologiche; le malattie si scatenano tra gli affamati di interi continenti mentre i malati miliardari, negli ospedali principeschi, spendono la ricchezza del mondo in perfezionamenti estetici e nella promessa di una vita eterna grazie a pillole e fìalette!" Akasha rise sommessamente. "Le grida dei morenti si sono mai levate più forti agli orecchi di quelli di noi che possono udirle? È mai stato sparso più sangue?"
"C'è qualcosa che tu non puoi vedere", disse alla fine. "Qualcosa che non puoi comprendere."
"No, mio caro. La mia visione non ha difetti. Non ne ha mai avuti. Sei tu che non sai capire. È sempre stato così."
"Guarda la foresta!" esclamò Marius indicando le pareti di vetro. "Scegli un albero: descrivilo in termini di ciò che distrugge, di ciò che sfida e di ciò che non realizza, e avrai un mostro dalle radici avide e dallo slancio irresistibile che ruba la luce ad altre piante, le loro sostanze nutritive e la loro aria. Ma non è questa la verità dell'albero. Non è tutta la verità quando viene visto come parte della natura, e per natura io non intendo nulla di sacro, Akasha, ma soltanto la trama completa. Mi riferisco solo alla cosa più vasta che abbraccia tutto."
"E così sceglierai le tue cause per essere ottimista", disse Akasha. "Come hai sempre fatto. Suvvia, esamina le città occidentali dove persino ai poveri vengono dati ogni giorno piatti di carne e verdure e dimmi che la fame non esiste più...l'idiozia su cui si è sempre basato il compiacimento dei ricchi. Il mondo è sprofondato nella depravazione e nel caos; è come sempre, o è addirittura peggiorato."
"Oh, no, non è vero", ribattè Marius. "Uomini e donne sono animali capaci di apprendere. Se non vedi ciò che hanno imparato, sei cieca. Sono creature che mutano sempre, migliorano sempre e ampliano la loro visione e le capacità dei loro cuori. Non sei giusta con loro quando dici che questo è il secolo più sanguinoso; non vedi la luce che risplende più fulgida proprio a causa delle tenebre? Non vedi l'evoluzione della razza umana?"
"È vero ciò che dici della guerra", continuò Marius: l'implorava e nello stesso tempo lottava con la propria dignità. "Sì, le grida dei morenti: anch'io le ho udite. Tutti le abbiamo udite nel corso dei decenni, e ancora oggi il mondo è sconvolto dalle notizie quotidiane dei conflitti armati. Ma la luce di cui parlo è la protesta contro tali orrori, un atteggiamento che non era mai stato possibile in passato. È l'intolleranza di uomini e donne al potere: per la prima volta nella storia della razza umana vogliono veramente porre fine all'ingiustizia in tutte le forme."
"Parli della posizione intellettuale di pochi."
"No", disse. "Parlo della filosofia che cambia; parlo dell'idealismo dal quale nasceranno nuove realtà. Akasha, per quanto siano carichi di difetti, devono avere il tempo di perfezionare i loro sogni, non capisci?"
"Sì!" esclamò Louis. "Il mondo è loro, non nostro", disse umilmente. "Noi vi abbiamo rinunciato con la perdita della mortalità. Non abbiamo diritto d'interrompere la loro lotta: altrimenti li derubiamo di vittorie che sono costate anche troppo! Negli ultimi cent'anni i loro progressi sono stati miracolosi; hanno raddrizzato torti che l'umanità credeva inevitabili; per la prima volta hanno messo a punto il concetto della vera famiglia dell'uomo...Non uccidere gli esseri umani! Non interferire, anche se si uccidono fra loro! Dai loro il tempo di veder realizzata la nuova visione; lascia che le città dell'Occidente, per quanto corrotte, possano diffondere i loro ideali in un mondo sofferente."
"Il tempo", disse Maharet. "Forse è ciò che chiediamo. Il tempo. Ed è ciò che puoi darci."
Vi fu un silenzio.
Maharet continuò: "Hai meditato in silenzio e per secoli le tue soluzioni. Cosa contano altri cent'anni? Non negherai che l'ultimo secolo ha superato ogni predizione e ogni fantasia... e che i progressi tecnologici possono assicurare cibo, riparo e salute a tutti i popoli della terra".
"È davvero così?" rispose Akasha. Un odio profondo accese il suo sorriso. "È questo che i progressi tecnologici hanno dato al mondo. Hanno portato gas velenosi, malattie nate nei laboratori, incidenti nucleari che hanno contaminato il cibo e le bevande di interi continenti. E gli eserciti fanno con efficienza moderna ciò che hanno sempre fatto. L'aristocrazia di un popolo massacrata in un'ora in una foresta piena di neve; l'intellighentia di una nazione uccisa sistematicamente. Nel Sudan le donne vengono ancora mutilate abitualmente per piacere ai mariti; in Iran i bambini corrono incontro al fuoco dei fucili!"
 
"Non può esser tutto ciò che hai visto", disse Marius.

domenica 14 marzo 2010

La Seduzione Del Male


ANDREW VACHSS - LA SEDUZIONE DEL MALE
 
"La razza umana è l'unica che tollera predatori della sua stessa specie. Molti credono che "famiglia" sia un termine biologico. La mia non lo è. La mia famiglia è una scelta, e io le appartengo come un cucciolo di lupo appartiene a un branco. Solo che ora sono un adulto. Tutti siamo adulti. Solo i neonati, quelli fortunati, godono di quell' "amore incondizionato" di cui si parla tanto nei talk-show. Noi lo sappiamo. Per gli adulti ci sono sempre delle condizioni. E una di esse è che il branco sopravviva, che il rifugio sia sicuro."

"Le persone non uccidono senza una ragione. Ma ciò che i poliziotti non capiscono è che -a volte- la mancanza di ragioni è in sè stessa una ragione."

"Non capisco perchè non riesco a dirlo in un modo diverso, perchè non riesco a dire la verità: che l'avrei sempre voluta con me. Ma gli alligatori non si accoppiano con gli aironi, anche se vivono gli uni accanto agli altri nella stessa palude."

"Ascolta, come ti ho già detto, non capisco il tuo gioco, e in realtà non è un problema. Però non capisco neppure come parli, e questo sì che lo è. Capisci?"
"No, non capisco!" ribattè lei, voltandosi verso di me, con il mento sollevato e le mani sui fianchi.
"Allora te lo spiego", dissi, cercando di controllarmi. "Ogni squadra ha il suo linguaggio. A volte varie squadre ne hanno uno in comune, a volte no. In prigione, tutto ciò che è fuori viene chiamato 'il mondo'. E anche nell'esercito è lo stesso. Ma tu non conosci questo linguaggio, e se qualcuno ti dicesse che sta 'aspettando di tornare nel mondo', non capiresti che cosa significa, giusto? Bene; tu dici che questa donna è tua amica. Che cosa significa? Dipende dal tuo linguaggio, capisci? Devo sapere che significato hanno le parole per te, se dobbiamo fare qualcosa insieme. Altrementi, magari ad un certo punto io dico 'Giù!' e tu pensi che stia indicando qualcosa in basso."

"Sei sorpreso che mi ricordi il nome?"
"No", dissi, sinceramente. "Si vede subito che sei una ragazza sveglia."
"E questo è positivo, vero?"
"No. Semplicemente...è. Una mente acuta è come un oggetto di buona qualità. Di per sè è neutro. Come una pistola o un coltello. Non è quello che hai, è come lo usi che importa."

"Se è riuscito ad organizzare dei sequestri senza un socio è davvero bravo", ammise il Prof. "Ma somiglia lo stesso a un idiota che conoscevo...Uno così scemo che se gli dicevi che qualcuno stava arrivando con una pistola per sparargli, correva in giro a cercare un coltello."
"Tipi così ce ne sono ancora", disse Clarence, in tono grave.
"Ce ne saranno sempre", gli assicurò il Prof. "Come se non fossero nati abbastanza stupidi, e avessero bisogno di allenarsi."

"Non succederà", disse il Prof. "Nessuno potrà mai prendere il posto di Wesley. Wesley non morirà mai. E il modo per non morire mai è uno solo: morire."

"L'arte pura sopravvive. Il tempo è l'unico giudice. Assiomaticamente, io non posso verificare una cosa del genere. E' un atto di fede."

domenica 7 febbraio 2010

Non c'è niente che sfiori la coscienza senza intaccarla...


ALEXANDRA MARININA - IL PADRONE DELLA CITTA'

"[...] Aveva sempre sostenuto che le capacità percettive dell'uomo superano si molto le sue effettive possibilità di elaborare i dati che gli sono pervenuti. Non c'è niente che sfiori la coscienza senza intaccarla: nè un volto visto per caso, nè una parola lontana negli anni, nè un'ignota e immotivata sensazione di paura. Tutto si fissa nella mente e vi sedimenta. Il cervello di una persona sana non manda mai segnali casuali. Bisogna solo cercare. Saper cercare."










ALEXANDRA MARININA - PREDE INNOCENTI

"[...] Nastja capì che era tutto inutile. Lui non l'ascoltava. Non voleva ascoltarla. Ascoltava solo sè stesso.
"Signor Lipartija, posso farle una domanda che non c'entra con tutto questo?"
"Prego."
"In che anno ha finito le superiori?"
"E cosa c'entra?"
"La prego, mi risponda."
"Nel settantaquattro."
"E poi ha fatto il servizio militare o è andato all'università?"
"All'università. Continuo a non capire lo scopo delle sue domande."
"Anch'io non capisco," sorrise Nastja "ma ho la sensazione che lei a scuola sia stato membro della gioventù comunista, e poi all'università sia entrato nel comitato del partito. Ho indovinato?"
"Sì...Ma da cosa l'ha capito?"
"Dal suo modo di portare avanti una discussione. A lei non interessa capire le motivazioni del suo interlocutore, le importa solo di mantenere la sua posizione. Ma siccome la sua posizione si basa su contenuti discutibili, non può appoggiarsi su di essi per dimostrare le sue ragioni e quindi deve ricorrere all'uso di frasi demagogiche, che non hanno niente a che vedere con la discussione, ma che costringono l'interlocutore a giustificarsi. Vecchio sistema da pessimo funzionario di partito: "Non puoi andare alla riunione del sabato perchè hai i bambini malati e nessuno te li può tenere? Ma lo sai che in Corea i bambini muoiono di fame?". Il processo dialettico è più o meno questo." "
   

ALEXANDRA MARININA - GIOCHI DI MORTE
 "[...] "Viktor!" Arsen alzò per la prima volta la voce. "Sai qual'è l'errore peggiore? Considerarsi i più intelligenti. Sai quando si perde la partita? Non quando è terminata e vedi i risultati sconfortanti, bensì nel momento in cui, anche solo per una manciata di secondi, hai pensato che il tuo avversario sia più stupido di te. Da quel momento, la tua possibilità di commettere errori cresce a ritmo incessante, e ciò porta inevitabilmente alla sconfitta...Non capisci il nesso tra i miei ragionamenti e la colpa di Rasulov? Te lo spiego subito...E' vero che Rasulov ha arruolato quegli uomini, ma l'ha fatto sulla base delle informazioni che gli hai passato tu. E se lui ci ha portato degli incapaci, la colpa è anche tua...Hai cercato di gettare tutta la colpa su Rasulov perchè mi scordassi della tua, e questo è imperdonabile. Hai deciso che sei più in gamba di noi due?" "



ALEXANDRA MARININA - SONO MORTO IERI
 "[...] "Non dubito che ciò che sta dicendo corrisponda alla realtà, ma in questo caso non è sufficiente. A me non serve la realtà, bensì la verità."
"Perchè, che differenza c'è?"
"Enorme. La realtà è ciò che si sente e si prova. Indipendentemente dal fatto che lei menta o sia sincero, sta comunque enunciando una realtà. Ma non è detto che la sua realtà corrisponda alla verità oggettiva; lei potrebbe benissimo non conoscerla o interpretarla erroneamente. E' un principio filosofico. Mi creda, non ho motivi per dubitare della sua sincerità, ma ne ho per pensare che possa sbagliarsi." " 





Un vero ZOMBIE sarebbe mio per l'eternità. Uno ZOMBIE non giudicherebbe mai.


JOYCE CAROL OATES - ZOMBIE

Mi chiamo Q_ P_ & ho trentun anni & tre mesi. Altezza un metro & settantotto, peso sessantasette chili.

Occhi castani, capelli castani. Corporatura media. Lentiggini su braccia & schiena. Astigmatico da entrambi gli occhi, obbligo di guida con lenti.
Segni particolari: nessuno.
A pensarci però ho delle cicatrici leggere come un groviglio di lombrichi sulle ginocchia. Mi dicono che le ho da quando sono caduto in bicicletta, ero molto piccolo. Non contraddico nessuno però io non me lo ricordo.
Non contraddico mai nessuno. Sono sempre d'accordo ogni volta che qualcuno mi amministra parole sagge. Ogni volta che vedo muoversi quelle bocche a culo di gallina io dico SISSIGNORE & NOSSIGNORA io dico. Occhi timidi. Porto occhiali con la montatura di plastica del colore della pelle vista attraverso la plastica.
Pelle da bianco cioè. Bianchi entrambi i rami della famiglia a risalire fino all'alba dell'uomo per quanto mi sia dato sapere.
Il mio Q.I. l'ultima volta che ho fatto il test: 112. La volta precedente: 107. Al liceo: 121.
Nato a Mt. Vernon, Michigan. 11 febbraio 1963. Scuola statale a Dale Sprìngs. Liceo di Dale Springs, diplomato nella classe del 1981. Q_ P_ si è diplomato quarantaquattresimo su centodiciotto del suo corso. Mai vinta una borsa di studio universitaria. Mai fatto parte di squadre sportive, redazioni di giornali scolastici o annuari del liceo ecc. Voti migliori in matematica tranne l'ultimo anno di liceo quando ho cannato analisi.
Vado dal mio funzionario per la libertà vigilata Signor T_ ogni due giovedì alle dieci, in centro a Mt. Vernon. Vado dal mio analista Dott. E_ il lunedì alle quattro al Centro Medico Universitario. Terapia di gruppo con il Dott. B_ il martedì alle sette di sera.
Non sto andando molto bene, mi sa. O forse me la cavo OK. Lo so che quelli scrivono dei rapporti periodici. Ma non mi è permesso vederli. Sono
convinto che se fra loro ci fosse una donna me la caverei meglio. Le donne ci credono a quello che dici, non ti tengono sempre gli occhi addosso. GUARDARE LA GENTE NEGLI OCCHI È SEMPRE STATA LA MIA ROVINA.
Il Signor T_ snocciola domande come un nastro registrato. SISSIGNORE gli rispondo NOSSIGNORE. Ho un lavoro. Adesso anche a tempo pieno. Il Dott. E_ è quello che mi prescrive le medicine. Mi fa domande per spingermi a parlare. Ho sempre la lingua ingarbugliata. Il Dott. B_ butta lì qualche domanda, come dice lui, per far venire voglia alla gente di chiacchierare. Sono tutti maestri nel dire cazzate. Li ammiro molto. Me ne sto seduto con i vestiti addosso a guardarmi le scarpe. Ho un corpo che è tutto una lingua ingarbugliata.
Ho un furgone Ford che uso per andare dappertutto. È un modello del 1987 color sabbia bagnata. Ormai non è più nuovo di pacca però è fedele. Passa davanti agli occhi della gente come se attraversasse invisibile un muro. Sul lunotto posteriore c'è una bandiera americana autoadesiva grande come una bandiera vera.
Sul paraurti ho un adesivo che dice USO I FRENI PER SALVARE GLI ANIMALI. Ho sempre pensato che è una buona idea avere un adesivo sul paraurti.

È stato cinque anni fa che mi è venuta l'idea di creare uno ZOMBIE da usare per il mio piacere, un'idea come un fulmine che mi ha cambiato la vita.
Dio! In certi momenti irripetibili sembra di sentire le cariche elettriche dei neuroni nei lobi prefrontali che si spostano & si allineano in una direzione nuova come trucioli di ferro attirati dalla calamita.
La Terra subisce un bombardamento continuo di particelle cosmiche ad alta velocità stava spiegando una voce. Una voce amplificata.
Un'aula per seminari immersa nella penombra, all'Università. Non sapevo come c'ero arrivato. Non ricordavo neanche di esserci entrato, in quell'aula...C'era una specie di ronzio & un senso di vibrazione. Come capita quando si sente il pavimento che si inclina o la Terra che si agita sotto i piedi. Gli studenti del Professor R_ P_ erano tutti occupati a prendere appunti & io li guardavo con quelle spalle & quelle teste curve sui banchi & mi era venuto in mente di colpo che praticamente tutti quanti sarebbero stati degli ottimi candidati per farne ZOMBIE.
Se non che: c'era bisogno di una persona giovane & in salute, di sesso maschile. Di una determinata altezza, peso & corporatura ecc. C'era bisogno di un uomo «forte» & «vigoroso». & ben dotato, anche.
Ma gli studenti universitari mi sono proibiti. Dopo quell'incidente dovuto all'ignoranza che per fortuna di Q_ P_ non ha avuto conseguenze. Dietro il dormitorio era buio & il ragazzino era piegato in due a vomitare & tossire & quando aveva alzato gli occhi nel sentirmi gli avevo pestato il piede di porco sull'orecchio prima che riuscisse a vedermi in faccia per cui tutto OK. Avevo addosso il mio giaccone di tela col cappuccio & non c'erano testimoni, ma lo stesso mi sono lasciato prendere dal panico & sono scappato, cosa che adesso con l'esperienza che ho non farei mai. Ma era meglio così. Avevo imparato una lezione.
& poi a Ypsilanti talmente tanto tempo fa che non me lo ricordo quasi ero arrivato più o meno alla stessa conclusione. Il punto è questo: la scomparsa di qualsiasi studente universitario (tranne gli stranieri che sono a migliaia di chilometri da casa) verrebbe notata immediatamente. Le famiglie ci tengono, a loro. & gli studenti universitari hanno tutti famiglia.
Un candidato più sicuro per farne uno ZOMBIE poteva essere qualcuno che veniva da fuori città. Magari un autostoppista o un vagabondo o un tossico (purché in buone condizioni & non emaciato & non sieropositivo). O magari dai casermoni popolari per neri nel centro. Qualcuno di cui non frega un cazzo a nessuno. Qualcuno che non doveva neanche nascere.
Ero uscito dall'aula mentre la voce proseguiva nella sua cantilena & mi ero diretto alla biblioteca del dipartimento di psicologia per consultare i libri alla voce LOBOTOMIA.

Un vero ZOMBIE sarebbe mio per l'eternità. Obbedirebbe a ogni mio ordine & esaudirebbe ogni mio capriccio. Direbbe «Sì, Padrone» & «No, Padrone». & così per sempre nei secoli dei secoli. Perché un vero ZOMBIE non sarebbe mai in grado di dire qualcosa che non è, solo ciò che è. Avrebbe sempre gli occhi aperti & vigili ma gli mancherebbe dentro qualcosa che vede. O pensa. O giudica.
Proprio come voi che mi osservate (credete forse che non sappia benissimo che siete tutti impegnati a osservare Q_ P_? che prendete nota di tutto quello che fa Q_ P_? che passate il tempo a parlare di Q_ P_?) & pensate pensieri segreti & ORA & SEMPRE NEI SECOLI DEI SECOLI GIUDICATE.
Uno ZOMBIE non giudicherebbe mai.

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Quentin P. è un enigma per i suoi genitori, anche se naturalmente non credono affatto all'accusa di molestie sessuali mossa nei suoi confronti.

Quentin P. è un enigma anche per il suo psichiatra, che comunque lo incoraggia apprezzando le potenzialità sempre più positive dei suoi sogni, di cui parla tanto apertamente.
Per la nonna, poi, Quentin è solo un ragazzo dolcissimo, cui è impossibile dire di no.
Ma Quentin P., in realtà, è il più terrificante e credibile psicopatico assassino che sia mai stato messo su pagina...