
RICHARD MATHESON - IO SONO LEGGENDA
Il whisky gorgogliò nel bicchiere. Lui fece una lieve smorfia per il dolore alla mano e si passò la bottiglia nella sinistra.
Sedette e sorseggiò. Lasciamo che il bordo scheggiato della lucidità si appiattisca, pensò. Lasciamo che l'equilibrio soffice della visione limpida venga cancellato, e presto. Li odio.
Gradualmente la stanza prese a girare intorno al suo centro bariscopico e altalenò ondivaga davanti alla sua poltrona. Una piacevole foschia, sfocata lungo i bordi, gli annebbiò la vista. Guardò il bicchiere, il giradischi. Lasciò che la testa ciondolasse da un lato all'altro. Fuori, quelli vagavano, mormoravano e aspettavano.
Poveri vampiri, pensò, poveri piccoli maledetti, che vi aggirate guardinghi intorno alla mia casa, assetati e derelitti.
Un'idea. Sollevò l'indice, che oscillò davanti al suo sguardo.
Amici, sono qui, in vostra presenza, per discutere del vampiro; un elemento minoritario, sempre che sia esistito: del che non si dubita.
Ma sarò breve: riassumerò le basi su cui poggia la mia tesi, e la mia tesi è la seguente: i vampiri sono vittime di un pregiudizio.
La nota dominante del pregiudizio minoritario è questa: li si odia perchè li si teme. Dunque...
Si preparò da bere. Un bel bicchiere.
Un tempo, nei secoli bui e nel Medio Evo, per essere succinti, il vampiro deteneva un enorme potere, il timore che incuteva era tremendo. Era, ed è ancora, un'anatema. L'odio che risveglia nella società non trova spiegazione logica.
Ma le sue esigenze sono forse più sconvolgenti di quelle animali o umane? Sono forse più offensive dell'atto del genitore che soffoca le capacità del figlio? Il vampiro provoca l'accelerazione del battito cardiaco e il rizzarsi dei capelli. Ma è forse peggiore del genitore che consegna alla società un figlio nevrotico, che diventa poi un uomo politico? È forse peggiore dell'industriale che inaugura tardive istituzioni con il denaro guadagnato vendendo bombe e armi ai nazionalisti suicidi? È peggiore del mercante di liquori che spaccia uno spurio succo alcolico al fine di ottundere ulteriormente le menti di coloro che, già da sobri, erano incapaci di un pensiero razionale? Allora, è forse peggiore dell'editore che riempie di brame lussuriose e letali gli scaffali delle librerie? Fatti un bell'esame di coscienza, mio caro...è poi così malvagio, il vampiro?
Succhia il sangue, tutto qui.
Una citazione aveva dato il via a quei pensieri, riportandolo indietro a quella sera di dieci mesi prima, quando era stato trascinato a quella riunione di fanatici.
Questo stato, conosciuto come cecità isterica, può essere parziale o completo, e comprendere uno, più o tutti gli oggetti...
Consideriamo, ragionò poi, il trauma subìto da una vittima dell'epidemia.
Verso la fine del contagio, la stampa scandalistica aveva diffuso in tutto il paese un estremo terrore dei vampiri. Lui stesso ricordava la pioggia di articoli pseudoscientifici che nascondevano una spietata campagna del terrore concepita al fine di far vendere i giornali.
Era di una comicità grottesca, quel frenetico tentativo di aumentare le tirature mentre il mondo stava morendo. L'iniziativa non riguardò tutti i quotidiani. Quelli che erano vissuti all'insegna dell'onestà e dell'integrità perirono allo stesso modo.
Tuttavia, negli ultimi giorni, la stampa scandalistica era stata molto attiva. In più c'era stata una recrudescenza di fervore religoso. Nel tipico, disperato desiderio di risposte immediate e di facile comprensione, la persone si erano rivolte ad un primitivo fideismo. Senza alcun esito. Non soltanto erano morte altrettanto velocemente delle altre, ma erano morte con il cuore spaventato, lasciando che il terrore mortale scorresse nelle loro vene.
E poi, riflettè Robert Neville, le loro terribili paure avevano trovato giustificazione. Erano tornati coscienti sotto un suolo arroventato e pesante, sapendo che la morte non aveva portato il riposo. Si erano trovati ad artigliare la terra per uscire, con i corpi guidati da una strana, odiosa necessità.
Un simile trauma era capace di distruggere quel che fosse rimasto della mente. Un simile trauma poteva spiegare molte cose.
"La vostra...la vostra società...è davvero splendida" ansimò. "Chi sono quei...quei delinquenti che sono venuti a prendermi? La...l'alta corte di giustizia?"
Lei si mantenne calma. "È cambiata" pensò lui all'improvviso.
"Le nuove società sono sempre primitive" rispose. "Dovresti saperlo. Da un certo punto di vista siamo un gruppo rivoluzionario... che rientra in possesso della società con la violenza. È inevitabile. La violenza non ti è sconosciuta. Hai ucciso. Molte volte."
"Soltanto per...per sopravvivere."
"Esattamente lo stesso motivo per cui uccidiamo noi" commentò lei con calma. "Per sopravvivere. Non possiamo permettere ai morti di esistere al fianco dei vivi. I loro cervelli sono indeboliti, esistono per un solo scopo. Devono essere annientati. Tu che uccidevi i morti assieme ai vivi, dovresti saperlo."
[...] "Oso sperare di sì" disse. "Ma...hai visto le loro espressioni mentre... mentre uccidevano?» Deglutì convulsamente. "Gioia" mormorò. "Pura gioia."
Lei si aprì in un sorriso flebile e remoto. E' proprio cambiata, pensò lui, completamente.
"Hai mai visto la tua espressione mentre uccidevi?" gli chiese. Gli asciugò la fronte con il panno. "Io l'ho vista...ricordi? Era spaventosa. E non stavi nemmeno uccidendo loro, stavi solamente inseguendo me."..."E' possibile che tu abbia scorto la gioia sui loro volti. Non c'è da sorprendersi. Sono giovani. E sono assassini...assassini designati, assassini legali. Uccidono e, così facendo, si guadagnano il rispetto e l'ammirazione degli altri. Che altro ti aspetteresti da loro? Sono essere umani, passibili d'errore. E gli esseri umani sono capaci di imparare a trarre divertimento dall'omicidio. E' una vecchia storia, Neville. E tu la conosci bene."
"Robert Neville. L'ultimo della vecchia razza."
Neville si irrigidì.
"L'ultimo?" mormorò, mentre dentro di sè sentiva aprirsi il baratro della solitudine assoluta."
"Per quanto ne sappiamo" rispose lei con noncuranza. "Sei unico, sai? Quando te ne sarai andato, non ci sarà più nessun altro come te nella nostra società."
Lui fissò la finestra.
"Lì fuori...lì fuori ci sono delle...persone."
Lei annuì. "Stanno aspettando."
"La mia morte?"
"La tua esecuzione."
Osservò quella gente, le dita esangui della mano sinistra aggrappata alle sbarre, gli occhi febbricitanti.
Poi qualcuno lo vide.
Per un attimo il brusio aumentò, accompagnato da qualche grido di sorpresa.
Infine cadde il silenzio, come se una pesante coperta fosse piombata sulle loro teste. Rimasero tutti a guardarlo, con le facce pallide rivolte in su. Lui ricambiò i loro sguardi. E di colpo pensò: sono io quello anormale, ormai. La normalità era un concetto legato alla maggioranza, la norma di molti uomini, non di uno solo.
All'improvviso, quella consapevolezza si fuse con ciò che leggeva sui loro volti -stupore, paura, orrore e ribrezzo- e seppe di terrorizzarli. Ai loro occhi lui era un flagello spaventoso, sconosciuto, persino peggiore della malattia con cui avevano imparato a convivere. Era uno spettro invisibile che per provare la propria esistenza si era lasciato dietro i corpi esangui dei loro cari. Capì quel che provavano e non li odiò.
[...] Robert Neville posò lo sguardo sui nuovi abitanti della Terra. Sapeva di non essere uno di loro; sapeva di essere un anatema, un orrore nero da distruggere, come un tempo i vampiri. E quell'idea lo colpì come un fulmine, distogliendolo perfino dal dolore.
Una risata soffocata gli salì alla gola. Si girò e si appoggiò alla parete mentre ingoiava le pillole. Il cerchio si chiude, pensò mentre il letargo definitivo gli strisciava nelle membra. Il cerchio si chiude. Un nuovo terrore prende forma dalla morte, una nuova superstizione penetra nell'inespugnabile fortezza dell'eternità.
Io sono leggenda.