venerdì 30 settembre 2011

It's probably Me




If the night turned cold
And the stars looked down
And you hug yourself
On the cold cold ground
You wake the morning
In a stranger's coat
No-one would you see
You ask yourself, 'Who'd watch for me?'
My only friend, who could it be?
It's hard to say it
I hate to say it
But it's probably me

When your belly's empty
And the hunger's so real
And you're too proud to beg
And too dumb to steal
You search the city
For your only friend
No-one would you see
You ask yourself, 'Who'll Watch For Me?'
A solitary voice to speak out and set me free
I hate to say it
I hate to say it
But it's probably me

You're not the easiest person I ever got to know
And it's hard for us both to let our feelings show
Some would say
I should let you go your way
You'll only make me cry
If there's one guy, just one guy
Who'd lay down his life for you and die
I hate to say it
I hate to say it
But it's probably me

When the world's gone crazy, and it makes no sense
And there's only one voice that comes to your defence
And the jury's out
And your eyes search the room
And one friendly face is all you need to see
If there's one guy, just one guy
Who'd lay down his life for you and die
I hate to say it
I hate to say it
But it's probably me


[STING (feat. ERIC CLAPTON) - IT'S PROBABLY ME]

giovedì 29 settembre 2011

Ossessione

STEPHEN KING - OSSESSIONE
 
...C'è un Mr. Hyde per ogni simpatica faccia di Jekyll, un volto scuro dall'altra parte dello specchio. Il cervello dietro a quel volto non ha mai sentito parlare di rasoi, di preghiere o della logica dell'universo. Metti lo specchio di traverso e vedi la tua faccia riflessa in una distorsione sinistra e sinistrorsa, per metà matta e per metà sana.

E' una logica che divora se stessa. Dice che la vita è un gioco ai quattro cantoni, dice che la vita rotola con la stessa isterica casualità della monetina che si lancia per chi deve offrire da bere. Nessuno va a guardare quell'altro lato se proprio non c'è costretto. [...] E' una roulette, ma non è dignitoso mettersi a frignare che la ruota è truccata. Puoi immaginartela con tutti i numeri che ti pare, che tanto il principio di quella pallina bianca non cambia mai.

Forse è solo lo spirito della massa. Dare addosso all'individuo. [...] La massa è sempre pronta a far fuori lo strano, il diverso, il mutante.

Se ti soffermi a pensarci, questo concetto della comprensione ha un gusto vagamente arcaico, come il suono di lingue dimenticate o un'occhiata in una camera obscura vittoriana. A noialtri americani riesce molto più facile semplicemente capire che comprendere. E' così che leggiamo i cartelloni pubblicitari filando in autostrada. Per comprendere, bisogna spalancare le fauci fino a farsi scricchiolare i tendini. Limitandoci a capire, riusciamo a trovare appagamento in qualsiasi espositore di libri tascabili in qualunque stazione americana.

Gli diedi uno spintone. La sensazione che stavo vivendo era di essere fuori di me ed era la prima volta che mi sentivo così. Come se al posto di guida ci fosse qualcun altro, un altro io. Io ero solo un ospite, seduto di fianco a me stesso.

Mi rialzai. Piangevo ancora. Non riuscivo a fermarmi. Mi stavano guardando tutti con quei buffi occhi da cagnone che fanno i ragazzini quando si trovano ad essere testimoni di un'esagerazione e vedevo bene che non volevano guardarmi piangere. Infatti abbassarono tutti gli occhi e cominciarono a contemplarsi i piedi per verificare che ci fossero ancora. Altri si voltarono per assicurarsi che nessuno si fosse fregato la staccionata. Altri ancora allungarono lo sguardo verso la piscina della casa accanto, giusto in caso qualcuno stesse annegando e ci fosse bisogno di una tempestiva operazione di soccorso.

In un ragazzo o una ragazza l'intelligenza è una specie di fregatura genetica. In un giovane intelligente la minima anomalia è subito visibile, ma se è tutto in regola non è più difficile da capire di una radice quadrata.

Con un po' di sorpresa mi sono accorto che era adirata e che proprio per quello si sentiva confusa. L'ira è un'emozione con la quale un adolescente programmato ha difficoltà a venire a patti.

D'altra parte, quando si abbandona la strada maestra, bisogna prepararsi ad incontrare cose bizzarre. "Come fa la gente a sapere di essere reale?".

Allora mi accadde una cosa strana...solo che, quando ci penso, non mi sembra più così strana. Ci deve essere una linea dentro ciascuno di noi, una linea netta di demarcazione, come quella che divide la faccia in luce di un pianeta da quella in ombra. Credo che chiamino quella linea terminatore, e mi sembra un'ottima definizione, perchè fino ad un certo momento ero tutto in subbuglio e un attimo dopo mi sono sentito freddo come una notte d'inverno.

Quando hai cinque anni e ti fai male, lo fai sapere a tutto il mondo. A dieci ti limiti a piagnucolare. Ora che arrivia a quindici, hai già cominciato a mangiare le mele avvelenate che crescono sul tuo interiore albero del dolore. E' questa l'Edificazione secondo la filosofia occidentale. Cominci a ficcarti il pugno in bocca per soffocare le urla. Sanguini solo dentro...

Mi sono sempre chiesto che effetto facesse trovarsi in mezzo ad una di quelle folle a gridare senza sentire la propria voce, privato momentaneamente di ogni individualità, smarrito nella cieca empatia dell'esuberante, rabbiosa anticipazione della folla, gomito a gomito e spalla a spalla con tutti e nessuno.

lunedì 26 settembre 2011

Io Sono Leggenda


RICHARD MATHESON - IO SONO LEGGENDA

Il whisky gorgogliò nel bicchiere. Lui fece una lieve smorfia per il dolore alla mano e si passò la bottiglia nella sinistra.

Sedette e sorseggiò. Lasciamo che il bordo scheggiato della lucidità si appiattisca, pensò. Lasciamo che l'equilibrio soffice della visione limpida venga cancellato, e presto. Li odio.
Gradualmente la stanza prese a girare intorno al suo centro bariscopico e altalenò ondivaga davanti alla sua poltrona. Una piacevole foschia, sfocata lungo i bordi, gli annebbiò la vista. Guardò il bicchiere, il giradischi. Lasciò che la testa ciondolasse da un lato all'altro. Fuori, quelli vagavano, mormoravano e aspettavano.
Poveri vampiri, pensò, poveri piccoli maledetti, che vi aggirate guardinghi intorno alla mia casa, assetati e derelitti.
Un'idea. Sollevò l'indice, che oscillò davanti al suo sguardo.
Amici, sono qui, in vostra presenza, per discutere del vampiro; un elemento minoritario, sempre che sia esistito: del che non si dubita.
Ma sarò breve: riassumerò le basi su cui poggia la mia tesi, e la mia tesi è la seguente: i vampiri sono vittime di un pregiudizio.
La nota dominante del pregiudizio minoritario è questa: li si odia perchè li si teme. Dunque...
Si preparò da bere. Un bel bicchiere.
Un tempo, nei secoli bui e nel Medio Evo, per essere succinti, il vampiro deteneva un enorme potere, il timore che incuteva era tremendo. Era, ed è ancora, un'anatema. L'odio che risveglia nella società non trova spiegazione logica.
Ma le sue esigenze sono forse più sconvolgenti di quelle animali o umane? Sono forse più offensive dell'atto del genitore che soffoca le capacità del figlio? Il vampiro provoca l'accelerazione del battito cardiaco e il rizzarsi dei capelli. Ma è forse peggiore del genitore che consegna alla società un figlio nevrotico, che diventa poi un uomo politico? È forse peggiore dell'industriale che inaugura tardive istituzioni con il denaro guadagnato vendendo bombe e armi ai nazionalisti suicidi? È peggiore del mercante di liquori che spaccia uno spurio succo alcolico al fine di ottundere ulteriormente le menti di coloro che, già da sobri, erano incapaci di un pensiero razionale? Allora, è forse peggiore dell'editore che riempie di brame lussuriose e letali gli scaffali delle librerie? Fatti un bell'esame di coscienza, mio caro...è poi così malvagio, il vampiro?
Succhia il sangue, tutto qui.

Una citazione aveva dato il via a quei pensieri, riportandolo indietro a quella sera di dieci mesi prima, quando era stato trascinato a quella riunione di fanatici.

Questo stato, conosciuto come cecità isterica, può essere parziale o completo, e comprendere uno, più o tutti gli oggetti...
Consideriamo, ragionò poi, il trauma subìto da una vittima dell'epidemia.
Verso la fine del contagio, la stampa scandalistica aveva diffuso in tutto il paese un estremo terrore dei vampiri. Lui stesso ricordava la pioggia di articoli pseudoscientifici che nascondevano una spietata campagna del terrore concepita al fine di far vendere i giornali.
Era di una comicità grottesca, quel frenetico tentativo di aumentare le tirature mentre il mondo stava morendo. L'iniziativa non riguardò tutti i quotidiani. Quelli che erano vissuti all'insegna dell'onestà e dell'integrità perirono allo stesso modo.

Tuttavia, negli ultimi giorni, la stampa scandalistica era stata molto attiva. In più c'era stata una recrudescenza di fervore religoso. Nel tipico, disperato desiderio di risposte immediate e di facile comprensione, la persone si erano rivolte ad un primitivo fideismo. Senza alcun esito. Non soltanto erano morte altrettanto velocemente delle altre, ma erano morte con il cuore spaventato, lasciando che il terrore mortale scorresse nelle loro vene.

E poi, riflettè Robert Neville, le loro terribili paure avevano trovato giustificazione. Erano tornati coscienti sotto un suolo arroventato e pesante, sapendo che la morte non aveva portato il riposo. Si erano trovati ad artigliare la terra per uscire, con i corpi guidati da una strana, odiosa necessità.
Un simile trauma era capace di distruggere quel che fosse rimasto della mente. Un simile trauma poteva spiegare molte cose.

"La vostra...la vostra società...è davvero splendida" ansimò. "Chi sono quei...quei delinquenti che sono venuti a prendermi? La...l'alta corte di giustizia?"

Lei si mantenne calma. "È cambiata" pensò lui all'improvviso.
"Le nuove società sono sempre primitive" rispose. "Dovresti saperlo. Da un certo punto di vista siamo un gruppo rivoluzionario... che rientra in possesso della società con la violenza. È inevitabile. La violenza non ti è sconosciuta. Hai ucciso. Molte volte."
"Soltanto per...per sopravvivere."
"Esattamente lo stesso motivo per cui uccidiamo noi" commentò lei con calma. "Per sopravvivere. Non possiamo permettere ai morti di esistere al fianco dei vivi. I loro cervelli sono indeboliti, esistono per un solo scopo. Devono essere annientati. Tu che uccidevi i morti assieme ai vivi, dovresti saperlo."
[...] "Oso sperare di sì" disse. "Ma...hai visto le loro espressioni mentre... mentre uccidevano?» Deglutì convulsamente. "Gioia" mormorò. "Pura gioia."
Lei si aprì in un sorriso flebile e remoto. E' proprio cambiata, pensò lui, completamente.
"Hai mai visto la tua espressione mentre uccidevi?" gli chiese. Gli asciugò la fronte con il panno. "Io l'ho vista...ricordi? Era spaventosa. E non stavi nemmeno uccidendo loro, stavi solamente inseguendo me."..."E' possibile che tu abbia scorto la gioia sui loro volti. Non c'è da sorprendersi. Sono giovani. E sono assassini...assassini designati, assassini legali. Uccidono e, così facendo, si guadagnano il rispetto e l'ammirazione degli altri. Che altro ti aspetteresti da loro? Sono essere umani, passibili d'errore. E gli esseri umani sono capaci di imparare a trarre divertimento dall'omicidio. E' una vecchia storia, Neville. E tu la conosci bene."

"Robert Neville. L'ultimo della vecchia razza."

Neville si irrigidì.
"L'ultimo?" mormorò, mentre dentro di sè sentiva aprirsi il baratro della solitudine assoluta."
"Per quanto ne sappiamo" rispose lei con noncuranza. "Sei unico, sai? Quando te ne sarai andato, non ci sarà più nessun altro come te nella nostra società."
Lui fissò la finestra.
"Lì fuori...lì fuori ci sono delle...persone."
Lei annuì. "Stanno aspettando."
"La mia morte?"
"La tua esecuzione."

Osservò quella gente, le dita esangui della mano sinistra aggrappata alle sbarre, gli occhi febbricitanti.

Poi qualcuno lo vide.
Per un attimo il brusio aumentò, accompagnato da qualche grido di sorpresa.
Infine cadde il silenzio, come se una pesante coperta fosse piombata sulle loro teste. Rimasero tutti a guardarlo, con le facce pallide rivolte in su. Lui ricambiò i loro sguardi. E di colpo pensò: sono io quello anormale, ormai. La normalità era un concetto legato alla maggioranza, la norma di molti uomini, non di uno solo.
All'improvviso, quella consapevolezza si fuse con ciò che leggeva sui loro volti -stupore, paura, orrore e ribrezzo- e seppe di terrorizzarli. Ai loro occhi lui era un flagello spaventoso, sconosciuto, persino peggiore della malattia con cui avevano imparato a convivere. Era uno spettro invisibile che per provare la propria esistenza si era lasciato dietro i corpi esangui dei loro cari. Capì quel che provavano e non li odiò.
[...] Robert Neville posò lo sguardo sui nuovi abitanti della Terra. Sapeva di non essere uno di loro; sapeva di essere un anatema, un orrore nero da distruggere, come un tempo i vampiri. E quell'idea lo colpì come un fulmine, distogliendolo perfino dal dolore.
Una risata soffocata gli salì alla gola. Si girò e si appoggiò alla parete mentre ingoiava le pillole. Il cerchio si chiude, pensò mentre il letargo definitivo gli strisciava nelle membra. Il cerchio si chiude. Un nuovo terrore prende forma dalla morte, una nuova superstizione penetra nell'inespugnabile fortezza dell'eternità.
Io sono leggenda.

giovedì 1 settembre 2011

Civilian




I am nothing without pretend
I know my faults
Can't live with them
I am nothing without a man
I know my thoughts
But I can't hide them

I still keep my baby teeth
In the bedside table with my jewelry
You still sleep in the bed with me,
My jewelry and my baby teeth

I don't need another friend
When most of them
I can barely keep up with them
Perfectly able to hold my own hand,
But I still can't kiss my own neck

I wanted yo give you everything
But I still stand in awe of superficial things
I wanted to love you like my mother's mother's mother did
Civilian, Civilian

[WYE OAK - CIVILIAN]