sabato 19 aprile 2008

Flash...Katmandu, il grande viaggio...

CHARLES DUCHAUSSOIS - FLASH

"[...] Ma per me, Benares resterà per sempre la città in cui ho assistito alla scena più crudele, più barbara, più rivoltante che abbia mai visto.
E' accaduto un mattino pieno di sole, sopra uno dei batteli ancorati al molo lungo il celebre mercato, che si dondolano dolcemente nel fluire del fiume.
Il giorno prima, Guy e io abbiamo lasciato l'albergo in cui ci eravamo sistemati all'arrivo. E' troppo sporco e troppo caro, per quel che ci offre.
Un hippy incontrato in una "sala da tè" ci ha informati che si possono affittare dei letti a bordo di una specie di battelli-dormitori. Non è per nulla caro lì, ci si trova proprio al centro della città, e si sta bene.
Eccoci dunque installati sopra un grosso barcone formicolante di pellegrini. Costa praticamente nulla ed è molto conveniente, perfino meno sporco di quell'altro posto.
Attorno a noi i pellegrini fumano una specie di pipa ad acqua. Non è hashish quel  che ci mettono, ma una pallottola secca simile a tabacco, ma che visibilmente non lo è.
Mi rendo subito conto che è la "gangia", detta anche kif, la marijuana degli indiani. E a Benares non c'è da doversi nascondere per fumarla, come invece bisogna fare nel resto dell'India. A Benares la "gangia" è autorizzata.
Domando al mio vicino dove possiamo procurarcene. Farfuglia qualche parola d'inglese. Mi spiega che l'ha comperata da un piccolo rivenditore che "fa" i battelli. Tra poco dovrebbe passare.
Infatti venti minuti più tardi vedo arrivare uno scugnizzo di sette od otto anni, coperto di stracci, con un sacco di iuta a tracolla. E' sporco all'inverosimile, senza sosta scaccia macchinalmente le mosche dagli occhi, che sono bellissimi, e mi scocca un sorriso folgorante, quando gli faccio un cenno.
Si avvicina di corsa, leggero come un capretto, e si accoccola davanti a me.
"Quanto ne vuoi, sahib?", mi dice in un inglese passabile.
Gli faccio aprire il sacco e ne prendo l'equivalente d'un pacchetto di sigarette, che lui pesa con un bilancino a due piatti.
Pago, e se ne va saltellando.
Dopo qualche minuto, Guy e io fumiamo da una pipa che ci siamo fatta prestare. E' molto buono, ma molto leggero. Abituati come siamo all' hashish, ci tocca prenderne in proporzione tre volte di più, per cominciare a "volare" veramente.
Ma una volta partiti, si sta bene. Ci riversiamo sui sacchi a pelo, al sole, con le mani sotto la nuca, e ci abbandoniamo ai nostri pensieri.
Dopo un'ora, Guy si muove per primo.
"Facciamo un bagno?", mi dice.
"Dove?".
"Nel Gange, diamine".
"Hai guardato l'acqua?".
Guy si china e guarda. Io guardo con lui.
L'acqua è gialla, terrosa. Da lontano, se la si esamina controluce, dà l'impressione di una melma liquida, molto opaca.
Ma qui alla nostra altezza è abbastanza chiara.
Indico a Guy il rogo delle cremazioni, a monte del nostro battello.
"Ti rendi conto di quel che gettano qua dentro?".
"Beh, ceneri", mi dice.
"Ceneri, questa roba?".
A due metri da noi, un braccio passa, calcinato, raccapricciante, con un po' di sangue che cola e si diluisce nell'acqua. Accanto gli scorrono bucce di verdura, poi un cane morto, col ventre all'aria.
"Puah!", dice Guy con un sobbalzo. "E' stomachevole".
Ma poi mi indica, a una ventina di metri da lì, dei monelli che nuotano, tuffandosi come pesci, ridendo come matti.
"Tò", mi dice. "C'è il nostro piccolo venditore di gangia. Lo vedi laggiù?".
Guy ha ragione, il ragazzo è là in mezzo agli altri.
"Conviene chiamarlo", dice Guy. "Non abbiamo quasi più gangia".
Fa segni al ragazzo, gridando.
Il piccolo ci riconosce, si lascia portare fino a noi dalla corrente.
"Gangia?", gli domanda Guy. "Ne hai ancora?".
Fa segno di no, sorridendo. Questa sera ne avrà, e tornerà da noi, lo promette.
E con un gesto, sempre ridendo, ci invita a tuffarci.
Guy e io ci guardiamo, un po' smarriti. Ma il monello insiste.
"Come, come, good...". Venite, venite, è divertente.
Bah! Ciò che fa un ragazzo, lo possiamo fare anche noi, no?
E presto ci ritroviamo nudi nell'acqua, accanto al ragazzo che ride rumorosamente e nuota davanti a noi, scartando tutto ciò che galleggia per evitare che ci tocchi.
A sera, il ragazzo non viene.
Esprimiamo il nostro stupore ad altri che sono con noi sul battello. Anch'essi sono stupiti. Di solito, passa tutte le sere. Che cosa gli è capitato? Dopo due o tre ore pensiamo che forse non ha trovato la gangia, che verrà domani, e dopo un'ultima pipata ci corichiamo, con il sospetto che anche questo ragazzo sia come tutta la gente orientale, che dimentica facilmente le promesse senza farsene un dramma.
Ancora adesso provo rimorso per aver avuto questo pensiero.
Perchè al mattino presto scopriamo, terrificati, l'atroce verità.
Verso le sei o le sette, degli urli ci risvegliano di soprassalto.
E' una voce acuta, una voce di bambino. E le grida sono spaventose, insostenibili.
Dapprima stridenti, si trasformano poco a poco in un lungo pianto spaventoso, che viene dal fondo della gola, che sale, sale, si arresta, riprende, senza sosta.
"Ma è il nostro ragazzo!", dico. "E' la sua voce".
"Credi?", risponde Guy. "Sei matto..."
"Sì, te lo assicuro. Ascolta.".
Attorno a noi, altri che dormivano si sono svegliati, e rialzandosi sui gomiti stanno ascoltando.
Le grida vengono da poco lontano, tre o quattro battelli sopra di noi, lungo il fiume. Almeno sembra.
"E' da quelle parti che il ragazzo nuotava ieri", dico a Guy.
"Hai ragione, è strano".
"Andiamo a vedere".
Ci ritroviamo sul molo, ai primi raggi del sole. Il più in fretta possibile, risaliamo la riva del fiume.
La voce, ora attutita, ci guida. Si spegne presto, in una specie di rantolo. Poi più niente...
Ma non abbiamo più bisogno che ci diriga. Sul ponte del quarto battello a monte del nostro, uomini e donne stanno raggruppati, chini. Saranno una dozzina.
E' lì di sicuro. Saltiamo sul ponte, ci avviciniamo.
E allora, in mezzo al gruppo, vediamo la scena infernale.
Un uomo, con un coltello insanguinato in mano, sta chino sopra un piccolo corpo disteso di traverso sul ponte, direttamente sul pavimento.
Due altri tengono fermo il corpo, con le braccine distese come in croce; e un terzo gli fissa solidamente le anche, stando con le ginocchia sulla gamba destra.
Il ragazzo ha la testa ripiegata di fianco. E' bianco come un cencio. E' svenuto.
E' il nostro piccolo venditore.
Nessuno ormai ha più bisogno di tenergli ferma la gamba sinistra.
Essa è tagliata sopra il ginocchio...
Con due o tre rapidi movimenti, l'uomo finisce di tagliare gli ultimi lembi di carne che tengono ancora unito l'arto alla coscia, estrae un legaccio per arrestare l'emorragia, traffica nella piaga, la ricopre con uno straccio.
Per un istante immagino che il ragazzo abbia avuto un incidente, e che per questo l'abbiano amputato.
Ma no: la piccola gamba tagliata, posata nel sangue lì sul ponte, è intatta, perfettamente sana.
E' apposta, che hanno mutilato il ragazzo!
Sì, ecco quel che si può vedere, in India, nel 1969, in pieno ventesimo secolo...
Guy e io, sgomenti, credendo appena alla realtà di questo spettacolo da incubo, interroghiamo l'uomo e la donna, che se ne stanno lì tranquilli, dietro al ragazzo svenuto, abbandonato in pieno sole.
Ci guardano senza rispondere, con occhi gelidi.
"Che è capitato? Cos'avete fatto? Perchè? Perchè?".
Grido, e scuoto quel carnefice afferrandolo per la camicia.
Mi respinge, bofonchia imprecazioni e minaccia con il coltello.
Ho una tale rabbia in corpo, che quasi gli salto addosso, ma gli altri gli si stringono al fianco, e vedo uscire altri coltelli.
Gli sguardi sono duri.
Lo so bene, a Benares ci si fa sgozzare come un coniglio per il solo fatto che si è europei, e suppongono che si abbia il portafoglio pieno.
Insistere sarebbe una follia. Del resto Guy, terrorizzato, mi tira indietro.
"Vieni via", mi dice. "Non fare l'idiota".
Indietreggiamo, saliamo sul molo.
Prima di partire, getto un ultimo sguardo al battello.
La donna, china sul ragazzo, lo schiaffeggia per farlo rinvenire.
Il carnefice raccoglie la gamba e la getta nel fiume, dove se ne va a filo d'acqua.
La gamba del mio piccolo venditore di gangia, di otto anni, che non correrà nè saltellerà mai più.
Tornati al nostro posto, abbiamo la spiegazione di tutto dal padrone del nostro battello.
Per farlo mendicare, hanno mutilato il ragazzo...
Perchè un mutilatino commuove di più e porta più denaro.
Molto più che a vendere la gangia, che si trova dappertutto.
Descrivo il carnefice al padrone. Lo conosce.
E' il padre del ragazzo.
"

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