ALBERT CAMUS - LO STRANIERO
"[...] Non c'erano più, nella strada, che i bottegai ed i gatti. Il cielo era puro ma senza splendore, sopra i fichidindia ai lati della strada. Sul marciapiede di fronte, il tabaccaio ha tirato fuori una sedia, l'ha sistemata davanti alla sua porta, e ci si è messo sopra a cavalcioni appoggiandosi con le mani allo schienale. I tram, poco prima gremiti, erano quasi vuoti. Nel piccolo caffè "Da Pierrot", che è di fronte al tabaccaio, il cameriere scopava della segatura nella strada deserta. Era veramente domenica.
Ho girato la mia sedia e l'ho messa come quella del tabaccaio perchè ho trovato che era più comodo. Ho fumato due sigarette, sono entrato in camera a prendere un pezzo di cioccolata e sono venuto a mangiarla al balcone. Poco dopo il cielo si è infoschito e ho creduto che ci sarebbe stato un temporale estivo. Ma a poco a poco si è schiarito di nuovo. Il passaggio delle nubi, però, aveva lasciato sulla strada come una promessa di pioggia che l'ha fatta diventare più scura. Sono rimasto a lungo ad osservare il cielo."
Ho girato la mia sedia e l'ho messa come quella del tabaccaio perchè ho trovato che era più comodo. Ho fumato due sigarette, sono entrato in camera a prendere un pezzo di cioccolata e sono venuto a mangiarla al balcone. Poco dopo il cielo si è infoschito e ho creduto che ci sarebbe stato un temporale estivo. Ma a poco a poco si è schiarito di nuovo. Il passaggio delle nubi, però, aveva lasciato sulla strada come una promessa di pioggia che l'ha fatta diventare più scura. Sono rimasto a lungo ad osservare il cielo."
"[...] Avevo letto, sì, che in prigione si finisce col perdere la nozione del tempo. Ma questo non aveva molto senso per me. Non sapevo, prima, fino a qual punto i giorni possono essere lunghi e corti allo stesso tempo. Lunghi a vivere, senza dubbio, ma talmente distesi che finiscono per traboccare gli uni sugli altri. Così perdevano il loro nome. Le parole ieri o domani erano le sole che conservassero un senso per me.
Quando un giorno il guardiano mi ha detto che ero lì da cinque mesi, gli ho creduto, ma non l'ho capito. Per me era sempre lo stesso giorno che scorreva nella mia cella, e io percorrevo sempre la stessa via. Quel giorno, dopo che il guardiano è uscito, mi sono guardato nella gavetta di ferro. Mi è parso che la mia immagine restasse seria anche se cercavo di sorridere. Me la sono agitata dinanzi. Ho sorriso e lei ha conservato la stessa aria severa e triste. Finiva il giorno ed era l'ora di cui non voglio parlare, l'ora senza nome, quando i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio. Mi sono avvicinato al lucernario e, nell'ultima luce, ho contemplato la mia immagine ancora una volta. Era sempre seria, e in fondo non c'era nulla di strano perchè in quel momento ero serio anch'io. Ma nello stesso tempo e per la prima volta dopo lunghi mesi, ho udito distintamente il suono della mia voce. L'ho riconosciuta: era quella che mi risuonava alle orecchie da molte lunghe giornate e ho capito che durante tutto quel tempo avevo parlato da solo."
Quando un giorno il guardiano mi ha detto che ero lì da cinque mesi, gli ho creduto, ma non l'ho capito. Per me era sempre lo stesso giorno che scorreva nella mia cella, e io percorrevo sempre la stessa via. Quel giorno, dopo che il guardiano è uscito, mi sono guardato nella gavetta di ferro. Mi è parso che la mia immagine restasse seria anche se cercavo di sorridere. Me la sono agitata dinanzi. Ho sorriso e lei ha conservato la stessa aria severa e triste. Finiva il giorno ed era l'ora di cui non voglio parlare, l'ora senza nome, quando i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio. Mi sono avvicinato al lucernario e, nell'ultima luce, ho contemplato la mia immagine ancora una volta. Era sempre seria, e in fondo non c'era nulla di strano perchè in quel momento ero serio anch'io. Ma nello stesso tempo e per la prima volta dopo lunghi mesi, ho udito distintamente il suono della mia voce. L'ho riconosciuta: era quella che mi risuonava alle orecchie da molte lunghe giornate e ho capito che durante tutto quel tempo avevo parlato da solo."
"[...] Uscendo dal palazzo di giustizia per salire nella vettura, ho riconosciuto per un breve istante il profumo e il colore della sera d'estate. Nell'oscurità della mia prigione semovente ho ritrovato a uno a uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i rumori familiari di una città che amavo e di una certa ora in cui mi avveniva di sentirmi contento. Il grido dei giornalai nell'aria già calma, gli ultimi uccelli nel piazzale, il richiamo dei venditori di sandwiches, il lamento dei tram nelle svolte delle vie alte, quella sonorità del cielo prima che la notte si appesantisca sul porto, tutto questo ricomponeva per me un itinerario cieco, che conoscevo bene prima di entrare in prigione. Sì, era questa l'ora in cui, tanto tempo fa, mi sentivo contento. Quello che mi aspettava, allora, era sempre un sonno leggero e senza sogni. Eppure qualcosa era cambiato perchè con l'attesa dell'indomani era la mia cella che ritrovavo. Come se le vie familiari tracciate nei cieli d'estate potessero condurre tanto alle prigioni che ai sonni innocenti."
"[...] E' all'alba che vengono, lo sapevo. E ho passato le mie notti ad aspettare quell'alba. Non mi è mai piaciuto farmi sorprendere: quando mi succede qualcosa, preferisco essere presente. Così ho finito per non dormire che un poco durante il giorno e, lungo tutte le mie nottate, ho atteso pazientemente che la luce nascesse sul vetro del cielo. Il momento più difficile era quell'ora incerta in cui sapevo che essi operano per abitudine. Passata la mezzanotte, attendevo e stavo in agguato. Mai il mio orecchio aveva percepito tanti rumori, distinto suoni altrettanto lievi. Devo dire del resto che in fondo ho avuto fortuna durante tutto questo periodo perchè non ho mai udito dei passi. La mamma diceva spesso che non si è mai completamente infelici. Ero d'accordo con lei nella mia prigione quando il cielo prendeva colore e una nuova giornata scivolava nella mia cella. Perchè poteva darsi ugualmente che udissi dei passi e mi scoppiasse il cuore. E invece, per quanto il più lieve fruscio mi facesse balzare alla porta, per quanto, l'orecchio schiacciato contro il legno, attendessi perdutamente fino ad udire il mio proprio respiro, spaventato di trovarlo rauco e così simile all'ansimare di un cane, in verità il cuore non mi scoppiava e avevo guadagnato ancora una volta ventiquattr'ore."
"[...] E anch'io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perchè tutto sia consumato, perchè io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio."

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