PASCAL FRANCAIX - LE MADRI NERE
Ma papà non rispondeva.
Faceva come se niente fosse. Del resto è la cosa che gli riesce meglio: fare come se niente fosse. Tirava tranquillamente dalla sua pipa e faceva dei cerchi di fumo come non ne avete mai visti. Degli anelli impeccabili, da credere che avesse ingoiato un compasso.
Dopo torniamo a casa sotto le stelle. Allunghiamo la strada invece di accorciarla.
A volte arriviamo prima che le Madri Nere abbiano finito la loro riunione, allora papà si riaccende la pipa e mi porta a fare un giro nei campi. Quando è estate andiamo fino a Wasnes-au-Bac a vedere le chiatte. Scivolano in mezzo al canale fendendo sul loro passaggio le stelle annegate. E' bello come le cose che non si possono dire.
Nel sogno era giorno e nevicava. Mica due o tre fiocchi qua e là, no, era una vera tormenta che sollevava fitti turbini bianchi dietro i vetri e faceva cadere gli uccelli dai nidi con strida gelate.
Ero seduto al tavolo che mi fa da scrittoio e scrivevo chino sul diario come su un pozzo. Scrivevo in fretta, senza cercare le parole. Cadevano sulla pagina come i fiocchi di neve per terra, a folate.
Perchè scrivo, innanzitutto?
All'inizio era per svuotarmi la testa che riempivo le pagine. Scrivevo come papà si rade ogni mattina, per tagliare le idee nere e i pensieri barbosi man mano che crescevano. Al primo quaderno, quello che la mamma ha buttato nella latrina insieme al mio pollice, mi ricordo che davo del tu. Gli parlavo come a un buon amico. Era idiota, lo so, ma mi aiutava a sopportare la solitudine.
E poi ho capito che era ridicolo rivolgermi a lui come a un essere vivente, un confidente muto che avrei coperto di tatuaggi , e quei tatuaggi sarebbero state le parole che nessun orecchio umano accetta di ascoltare. Non aveva alcun senso.
La voce si è azzittita di colpo. C'è stata come una forte corrente d'aria nella mia testa, un colpo di vento che ha soffiato via tutti i miei pensieri. Le mie palpebre sono diventate pesantissime e si sono chiuse. Non ho più sentito niente, non ho più provato niente. Mi sono addormentato.
La prima cosa che ho fatto al risveglio è stata piazzarmi davanti allo specchio. Volevo vedere se l'ombra aveva lasciato delle tracce.
Ho guardato la mia immagine. Era grigia, color della cenere o del fumo.
Il mio viso, le mie mani, erano grigi. Mi sono spogliato completamente: la mia pelle era uguale dappertutto.
Ho chiuso gli occhi. Quando li riaprirai, ho scommesso, sarai diventato tutto pulito, altrettanto chiaro e lindo di ieri. Ho lasciato che il buio soffocasse il ricordo del mio riflesso, ho separato bene il prima dal poi e ho iniziato a contare.
Appena allento un po' la sorveglianza, mi si intrufola di nascosto nel cervello e comincia con l'offuscarlo. I miei pensieri si sfilacciano. Non riesco più a mettere due idee in fila, non si collegano più le une alle altre, un po' come succede prima di addormentarsi.
Quando la mia mente si è rammollita come una zolla di terra umida, Jacques ci pianta la sua volontà.
Non ho mai saputo far finta di piangere. Posso impedirmelo se necessario, posso rientrare nel guscio per soffocare il dolore nell'uovo, ma forzarlo a esplodere, questo non l'ho mai saputo fare.
Così sono andato alla finestra e ho aperto i battenti.
Fuori la neve cadeva regolarmente, leggerissima e finissima, come se le nuvole si sbriciolassero sfiorando il tetto di casa. Il paesaggio era piatto e bianco come un foglio di carta da lettera, su cui Dio, forse, contava di scrivere un messaggio importante con il suo dito gigantesco. L'aria era così fredda che pietificava tutto quanto. Fin dove arrivava lo sguardo non si muoveva nulla, a parte i minuscoli punti bianchi che scendevano da nessuna parte e cadevano dappertutto. Si sarebbe detto che quella polvere gelata fioccasse dentro di me, che galleggiasse dolcemente all'interno del mio corpo vuoto. Che lo riempisse come una clessidra. Ero immobile come il mondo davanti ai miei occhi e sentivo i fiocchi accumularsi...
Non mi ricordo di averlo sentito gridare mentre precipitava.
Mi ero preparato al peggio, alle sue membra spezzate e contorte, a un grido rosso incastrato in fondo alla sua bocca spalancata, a del sangue, il suo sangue sgorgato a fiotti sulla neve e di cui la neve si sarebbe lentamente imbevuta.
Avevo immaginato il peggio, avevo previsto l'orrore in ogni dettaglio, perchè non mi sorprendesse a tradimento quando l'avessi avuto davvero sotto gli occhi.
Ma ciò che ho scoperto ai miei piedi quando mi ebbero portato accanto al corpo non era l'orrore scarlatto di cui ero rabbrividito in anticipo...non era affatto quello che avevo previsto.
Qui si conclude quella che non era la mia storia.
Tutto quanto ho raccontato finora non ha fatto che capitarmi, e ciò che capita a qualcuno non conta. Non è la sua storia, ma quella che gli preparano gli altri.
Questa vita non è la mia.
Ma papà non rispondeva.
Faceva come se niente fosse. Del resto è la cosa che gli riesce meglio: fare come se niente fosse. Tirava tranquillamente dalla sua pipa e faceva dei cerchi di fumo come non ne avete mai visti. Degli anelli impeccabili, da credere che avesse ingoiato un compasso.
Dopo torniamo a casa sotto le stelle. Allunghiamo la strada invece di accorciarla.
A volte arriviamo prima che le Madri Nere abbiano finito la loro riunione, allora papà si riaccende la pipa e mi porta a fare un giro nei campi. Quando è estate andiamo fino a Wasnes-au-Bac a vedere le chiatte. Scivolano in mezzo al canale fendendo sul loro passaggio le stelle annegate. E' bello come le cose che non si possono dire.
Nel sogno era giorno e nevicava. Mica due o tre fiocchi qua e là, no, era una vera tormenta che sollevava fitti turbini bianchi dietro i vetri e faceva cadere gli uccelli dai nidi con strida gelate.
Ero seduto al tavolo che mi fa da scrittoio e scrivevo chino sul diario come su un pozzo. Scrivevo in fretta, senza cercare le parole. Cadevano sulla pagina come i fiocchi di neve per terra, a folate.
Perchè scrivo, innanzitutto?
All'inizio era per svuotarmi la testa che riempivo le pagine. Scrivevo come papà si rade ogni mattina, per tagliare le idee nere e i pensieri barbosi man mano che crescevano. Al primo quaderno, quello che la mamma ha buttato nella latrina insieme al mio pollice, mi ricordo che davo del tu. Gli parlavo come a un buon amico. Era idiota, lo so, ma mi aiutava a sopportare la solitudine.
E poi ho capito che era ridicolo rivolgermi a lui come a un essere vivente, un confidente muto che avrei coperto di tatuaggi , e quei tatuaggi sarebbero state le parole che nessun orecchio umano accetta di ascoltare. Non aveva alcun senso.
La voce si è azzittita di colpo. C'è stata come una forte corrente d'aria nella mia testa, un colpo di vento che ha soffiato via tutti i miei pensieri. Le mie palpebre sono diventate pesantissime e si sono chiuse. Non ho più sentito niente, non ho più provato niente. Mi sono addormentato.
La prima cosa che ho fatto al risveglio è stata piazzarmi davanti allo specchio. Volevo vedere se l'ombra aveva lasciato delle tracce.
Ho guardato la mia immagine. Era grigia, color della cenere o del fumo.
Il mio viso, le mie mani, erano grigi. Mi sono spogliato completamente: la mia pelle era uguale dappertutto.
Ho chiuso gli occhi. Quando li riaprirai, ho scommesso, sarai diventato tutto pulito, altrettanto chiaro e lindo di ieri. Ho lasciato che il buio soffocasse il ricordo del mio riflesso, ho separato bene il prima dal poi e ho iniziato a contare.
Appena allento un po' la sorveglianza, mi si intrufola di nascosto nel cervello e comincia con l'offuscarlo. I miei pensieri si sfilacciano. Non riesco più a mettere due idee in fila, non si collegano più le une alle altre, un po' come succede prima di addormentarsi.
Quando la mia mente si è rammollita come una zolla di terra umida, Jacques ci pianta la sua volontà.
Non ho mai saputo far finta di piangere. Posso impedirmelo se necessario, posso rientrare nel guscio per soffocare il dolore nell'uovo, ma forzarlo a esplodere, questo non l'ho mai saputo fare.
Così sono andato alla finestra e ho aperto i battenti.
Fuori la neve cadeva regolarmente, leggerissima e finissima, come se le nuvole si sbriciolassero sfiorando il tetto di casa. Il paesaggio era piatto e bianco come un foglio di carta da lettera, su cui Dio, forse, contava di scrivere un messaggio importante con il suo dito gigantesco. L'aria era così fredda che pietificava tutto quanto. Fin dove arrivava lo sguardo non si muoveva nulla, a parte i minuscoli punti bianchi che scendevano da nessuna parte e cadevano dappertutto. Si sarebbe detto che quella polvere gelata fioccasse dentro di me, che galleggiasse dolcemente all'interno del mio corpo vuoto. Che lo riempisse come una clessidra. Ero immobile come il mondo davanti ai miei occhi e sentivo i fiocchi accumularsi...
Non mi ricordo di averlo sentito gridare mentre precipitava.
Mi ero preparato al peggio, alle sue membra spezzate e contorte, a un grido rosso incastrato in fondo alla sua bocca spalancata, a del sangue, il suo sangue sgorgato a fiotti sulla neve e di cui la neve si sarebbe lentamente imbevuta.
Avevo immaginato il peggio, avevo previsto l'orrore in ogni dettaglio, perchè non mi sorprendesse a tradimento quando l'avessi avuto davvero sotto gli occhi.
Ma ciò che ho scoperto ai miei piedi quando mi ebbero portato accanto al corpo non era l'orrore scarlatto di cui ero rabbrividito in anticipo...non era affatto quello che avevo previsto.
Qui si conclude quella che non era la mia storia.
Tutto quanto ho raccontato finora non ha fatto che capitarmi, e ciò che capita a qualcuno non conta. Non è la sua storia, ma quella che gli preparano gli altri.
Questa vita non è la mia.

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