sabato 13 giugno 2009

Memorie di un'adolescente (4ta parte)


PAULO COELHO - VERONIKA DECIDE DI MORIRE

"Veronika aveva deciso di morire in quel bellissimo pomeriggio di Lubiana, mentre i boliviani suonavano nella piazza, e un giovane passava davanti alla sua finestra: era davvero felice di quello che vedevano i suoi occhi e udivano le sue orecchie. Ed era ancora più contenta di non dover continuare a vedere quelle stesse cose per altri trenta, quaranta o cinquant'anni, giacché avrebbero perso la loro originalità e si sarebbero trasformate nella tragedia di una vita nella quale tutto si ripete, e il giorno precedente è sempre uguale a quello che segue."

"In un mondo in cui si tenta disperatamente di sopravvivere, come si possono giudicare le persone che decidono di morire?
Nessuno può giudicare. Ciascuno conosce la grandezza della propria sofferenza, o la dimensione della totale mancanza di significato della propria vita."

" "Mia madre - che di sicuro sarà preoccupatissima per il mio tentativo di suicidio - si riprenderà dallo spavento e continuerà a domandarmi che cosa voglio fare della mia vita, perché non sono uguale agli altri, visto che - in fin dei conti - le cose non sono così complicate come penso io...
Un giorno, quando mi stancherò di sentirla ripetere sempre lo stesso discorso, per farle piacere mi sposerò con un uomo che mi costringerò ad amare. E insieme - lui e io - finiremo per trovare una maniera di sognare il nostro futuro, la casa in campagna, i figli, il loro avvenire. Il primo anno, faremo spesso l'amore; il secondo, un  po' meno; e dal terzo anno, forse penseremo al sesso una volta ogni quindici giorni, trasformando il pensiero in azione soltanto una volta al mese. Ma, peggio ancora, non ci parleremo quasi più. Io mi sforzerò di accettare la situazione. Mi domanderò che cosa c'è di sbagliato in me, visto che non riesco più a suscitare il suo interesse: "Lui non presta più attenzione a me e parla solo con i suoi amici, quasi fossero loro il suo unico, autentico mondo."
Quando il matrimonio si sarà ridotto in brandelli, io resterò incinta. Nascerà il figlio, per qualche tempo ci riavvicineremo, ma subito dopo la situazione tornerà a essere quella di prima.
Allora io comincerò a ingrassare...Mi metterò a dieta, ma sarò sistematicamente sconfitta - giorno dopo giorno, settimana dopo settimana - dal peso che si ostina ad aumentare, malgrado ogni tentativo di controllo. A questo punto, prenderò quelle medicine magiche per non cadere in depressione; avrò altri figli, concepiti in notti d'amore che saranno passate sempre più in fretta. Dirò a tutti che i figli sono la ragione della mia vita, mentre in realtà saranno loro a esigere la mia vita come ragione.  La gente ci vedrà sempre come una coppia felice, e nessuno saprà mai la solitudine, l'amarezza, le rinunce che stanno dietro a questa parvenza di felicità.
Poi un giorno, quando mio marito troverà la sua prima amante, forse solleverò uno scandalo, o magari penserò di nuovo al suicidio. Ma a quel punto sarò vecchia e  vigliacca, con due o tre figli che avranno bisogno del mio aiuto: prima di poter abbandonare tutto, dovrò educarli, inserirli nel mondo. Non mi ammazzerò: farò uno scandalo, minaccerò di andarmene coi bambini. Come tutti gli uomini, lui farà marcia indietro, dirà che mi ama e che non accadrà mai più. Non gli passerà neanche per la testa che, se io decidessi di andarmene, la sola scelta possibile sarebbe quella di tornare a casa dei miei genitori e restarmene lì per il resto della vita, a sentire ogni giorno mia madre che si lamenta perché ho perduto un'occasione unica per essere felice, che dice che lui era un ottimo marito malgrado i piccoli difetti, che i  miei figli soffriranno enormemente per la separazione.
Due o tre anni dopo, nella sua vita spunterà un'altra donna. Io lo scoprirò, perché l'avrò visto in strada, o perché qualcuno me l'avrà raccontato. Stavolta, però, fingerò di non sapere. Avrò sprecato tutte le mie energie lottando contro l'amante precedente, senza ottenere niente: di conseguenza, sarà meglio accettare la vita così com'è, senza recriminare su come immaginavo che fosse. A quel punto, potrò solo dire che aveva ragione mia madre.
Lui continuerà a essere gentile con me; io seguiterò a lavorare in biblioteca, mangiando i soliti panini nella piazza del teatro, non riuscendo mai a finire un libro, guardando sempre i medesimi programmi televisivi, identici anche dopo dieci, venti, cinquant'anni. Mangerò i panini e mi sentirò colpevole, perché starò ingrassando. Non frequenterò più i bar, perché avrò un marito che mi aspetta a casa perché badi ai figli.
E, da quel momento, dovrò solo aspettare che i bambini crescano; penserò tutti i giorni al suicidio, senza trovare il coraggio di mettere in atto il mio proposito. Un bel giorno arriverò alla conclusione che la vita è così: non migliorerà, non cambierà. E io mi rassegnerò."
Veronika concluse il suo monologo interiore e promise a se stessa che non sarebbe uscita viva da Villete. Era meglio farla finita mentre aveva ancora il coraggio e la salute per morire."

"Nella sua esistenza, Veronika aveva capito che tantissime persone di sua conoscenza parlavano degli orrori della vita altrui come se fossero preoccupatissime di aiutare gli altri, ma in realtà si compiacevano per la loro sofferenza: perché questo li portava a credere di essere felici, considerando che la vita si era mostrata  generosa nei loro confronti."

" "Che cos'è un matto?"
"Proprio così. Questa volta ti risponderò senza giri di parole: la follia è l'incapacità di comunicare le tue idee. E' come se tu fossi in un paese straniero: vedi tutto, comprendi tutto quello che succede intorno a te, ma sei incapace di spiegarti e di essere aiutata, perché non capisci la lingua." "

"Fu allora che ricomparve la sensazione che l'Infinito e l'Eternità procedessero tenendosi per mano, e che bastasse contemplare uno di essi - magari l'Universo senza limiti - per notare la presenza dell'altro: il tempo che non finisce mai, che non passa, che permane nel presente, dove sono custoditi i segreti della vita."

" "Che cos'è la realtà?"
"Ciò che la maggioranza ha ritenuto che dovrebbe essere. Non necessariamente la situazione migliore, né la più logica, ma quella che si è adattata al desiderio collettivo. Vedi che cos'ho intorno al collo?"
"Una cravatta."
"Giusto. La tua risposta è logica, coerente per una persona assolutamente normale: una cravatta! Un matto, però, direbbe che porto intorno al collo un pezzo di stoffa colorata, ridicolo, inutile, annodato in maniera complicata, che rende difficili i movimenti della testa e richiede uno sforzo maggiore per far entrare l'aria nei polmoni. Se dovessi distrarmi mentre mi trovo vicino a un ventilatore, potrei morire strangolato da questo pezzo di stoffa. Se un matto mi domandasse a che cosa serve una cravatta, dovrei rispondere: "Assolutamente a niente." Non può dirsi utile neanche per abbellirsi, perché oggigiorno è divenuta addirittura il simbolo della  schiavitù, del potere, del distacco. La sua unica utilità si manifesta al ritorno a casa, quando una persona può togliersela, provando la sensazione di essersi liberata da qualcosa che non sa neanche che cosa sia. Ma quella sensazione di sollievo giustifica l'esistenza della cravatta? No. Eppure, se domandassi a un matto e a una persona normale che cos'è il nastro che porto intorno al collo, sarebbe considerato sano colui che mi rispondesse: "Una cravatta." Non importa chi è nel giusto: importa chi ha ragione." "

"Mari conosceva bene questo campo: aveva passato quarant'anni della propria vita facendo l'avvocato. Fin dall'inizio della carriera, aveva perduto l'ingenua visione della giustizia, imparando subito che le leggi non erano state fatte per risolvere i problemi, bensì per prolungare all'infinito i litigi.
Peccato che Allah, Geova, Dio -quale che sia il suo nome- non fosse vissuto nel mondo di oggi. Perché, in tal caso, noi ci troveremmo ancora in Paradiso, mentre Lui dovrebbe rispondere a ricorsi, appelli, rogatorie, prediche, mandati, preliminari, cercando di spiegare in numerose udienze la propria decisione di scacciare Adamo ed Eva dall'Eden, solo perché avevano trasgredito a una legge arbitraria, priva di fondamento giuridico: "Non mangiare il frutto del bene e del male."
Ma se Lui voleva che ciò non accadesse, perché aveva piazzato quell'albero proprio al centro del Giardino, e non fuori delle mura del Paradiso? Se fosse stata chiamata a difendere la prima coppia, Mari avrebbe sicuramente accusato Dio di "omissione di atti d'ufficio": non solo aveva messo l'albero nel posto sbagliato, ma non si era nemmeno premurato di collocare tutt'intorno avvisi e barriere; non aveva adottato le più elementari misure di sicurezza, esponendo chiunque passasse al pericolo.
Mari avrebbe potuto anche accusarlo di "istigazione a delinquere": aveva attirato l'attenzione di Adamo ed Eva sul punto esatto in cui si trovava l'albero. Se non avesse detto niente, intere generazioni sarebbero passate su questa Terra senza che nessuno si interessasse al frutto proibito, visto che doveva trovarsi in un bosco, fitto di alberi tutti perfettamente identici, e quindi privi di qualsiasi valore specifico.
Ma Dio non agì in questo modo. Al contrario, scrisse la legge e trovò il modo di convincere qualcuno a trasgredirla, per poter inventare il castigo. Sapeva che Adamo ed Eva avrebbero finito per annoiarsi di quella perfezione e che, prima o poi, avrebbero messo alla prova la Sua pazienza. Rimase ad aspettare. Forse anche Lui, il Dio onnipotente, era annoiato che le cose funzionassero in modo perfetto: se Eva non avesse mangiato la mela, che cosa sarebbe accaduto di interessante in questi miliardi di anni?
Niente.
Quando fu violata la legge, Dio, il giudice onnipotente, aveva simulato una persecuzione, come se non conoscesse ogni nascondiglio possibile. Con gli angeli che osservavano quel gioco e si divertivano - anche per loro la vita doveva essere molto noiosa da quando Lucifero aveva lasciato il Cielo -, Lui mosse qualche passo. Mari immaginava il modo in cui quel brano della Bibbia avrebbe potuto fornire una scena stupenda in qualche film di suspense: i passi di Dio, gli sguardi spaventati che si scambiava la coppia, i piedi che improvvisamente si fermavano davanti al nascondiglio.
"Dove sei?" aveva domandato Dio.
"Ho udito i tuoi passi nel giardino, ho avuto paura e mi sono nascosto, perché sono nudo," aveva risposto Adamo, ignorando che, dopo questa affermazione, era divenuto reo confesso di un delitto.
Proprio così. Con un semplice trucco, con cui dimostrava di non sapere dove stava Adamo né il motivo della sua fuga, Dio aveva ottenuto ciò che desiderava.
Comunque, per non lasciare alcun dubbio alla platea di angeli che assisteva attenta all'episodio, aveva deciso di spingersi oltre.
"Come sai di essere nudo?" aveva chiesto Dio, ben sapendo che alla domanda poteva essere data soltanto una risposta: "Perché ho mangiato il frutto dell'albero che mi permette di capirlo."
Con quella domanda, Dio mostrò ai suoi angeli che era giusto, e che stava condannando la coppia sulla base di prove inconfutabili. Dopo questo, non importava sapere se la colpa fosse della donna o dell'uomo, né che fosse chiesto perdono. Dio aveva bisogno di un esempio, dimodoché nessun altro essere, terrestre o celeste, avesse l'ardire di andare contro le Sue decisioni." "

"Aveva distrutto un mondo privo di interesse per ricrearlo nella propria mente, con altri colori, personaggi, storie."

"La normalità è solo una questione di consenso. Ossia, se molta gente pensa che una cosa sia giusta, quella cosa lo diventa."

"Ogni essere umano è unico, con le proprie qualità, i propri istinti, le proprie forme di piacere, il proprio spirito d'avventura. Ma la società finisce per imporre una maniera collettiva di agire: nessuno si ferma mai a domandarsi perché sia necessario comportarsi in quel modo. Ci si limita all'accettazione.
Tu sei una persona diversa, che vuole essere uguale. E questo, dal mio punto di vista, è considerata una malattia grave."
"È grave essere diversi?"
"È grave sforzarsi di essere uguali: provoca nevrosi, psicosi, paranoie. È grave voler essere uguali, perché questo significa forzare la natura. Ma tu ritieni che l'essere diverso sia una follia...Non avendo il coraggio di essere diversi, gli individui vanno contro natura."

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