sabato 13 giugno 2009

Memorie di un'adolescente (4ta parte)


PAULO COELHO - VERONIKA DECIDE DI MORIRE

"Veronika aveva deciso di morire in quel bellissimo pomeriggio di Lubiana, mentre i boliviani suonavano nella piazza, e un giovane passava davanti alla sua finestra: era davvero felice di quello che vedevano i suoi occhi e udivano le sue orecchie. Ed era ancora più contenta di non dover continuare a vedere quelle stesse cose per altri trenta, quaranta o cinquant'anni, giacché avrebbero perso la loro originalità e si sarebbero trasformate nella tragedia di una vita nella quale tutto si ripete, e il giorno precedente è sempre uguale a quello che segue."

"In un mondo in cui si tenta disperatamente di sopravvivere, come si possono giudicare le persone che decidono di morire?
Nessuno può giudicare. Ciascuno conosce la grandezza della propria sofferenza, o la dimensione della totale mancanza di significato della propria vita."

" "Mia madre - che di sicuro sarà preoccupatissima per il mio tentativo di suicidio - si riprenderà dallo spavento e continuerà a domandarmi che cosa voglio fare della mia vita, perché non sono uguale agli altri, visto che - in fin dei conti - le cose non sono così complicate come penso io...
Un giorno, quando mi stancherò di sentirla ripetere sempre lo stesso discorso, per farle piacere mi sposerò con un uomo che mi costringerò ad amare. E insieme - lui e io - finiremo per trovare una maniera di sognare il nostro futuro, la casa in campagna, i figli, il loro avvenire. Il primo anno, faremo spesso l'amore; il secondo, un  po' meno; e dal terzo anno, forse penseremo al sesso una volta ogni quindici giorni, trasformando il pensiero in azione soltanto una volta al mese. Ma, peggio ancora, non ci parleremo quasi più. Io mi sforzerò di accettare la situazione. Mi domanderò che cosa c'è di sbagliato in me, visto che non riesco più a suscitare il suo interesse: "Lui non presta più attenzione a me e parla solo con i suoi amici, quasi fossero loro il suo unico, autentico mondo."
Quando il matrimonio si sarà ridotto in brandelli, io resterò incinta. Nascerà il figlio, per qualche tempo ci riavvicineremo, ma subito dopo la situazione tornerà a essere quella di prima.
Allora io comincerò a ingrassare...Mi metterò a dieta, ma sarò sistematicamente sconfitta - giorno dopo giorno, settimana dopo settimana - dal peso che si ostina ad aumentare, malgrado ogni tentativo di controllo. A questo punto, prenderò quelle medicine magiche per non cadere in depressione; avrò altri figli, concepiti in notti d'amore che saranno passate sempre più in fretta. Dirò a tutti che i figli sono la ragione della mia vita, mentre in realtà saranno loro a esigere la mia vita come ragione.  La gente ci vedrà sempre come una coppia felice, e nessuno saprà mai la solitudine, l'amarezza, le rinunce che stanno dietro a questa parvenza di felicità.
Poi un giorno, quando mio marito troverà la sua prima amante, forse solleverò uno scandalo, o magari penserò di nuovo al suicidio. Ma a quel punto sarò vecchia e  vigliacca, con due o tre figli che avranno bisogno del mio aiuto: prima di poter abbandonare tutto, dovrò educarli, inserirli nel mondo. Non mi ammazzerò: farò uno scandalo, minaccerò di andarmene coi bambini. Come tutti gli uomini, lui farà marcia indietro, dirà che mi ama e che non accadrà mai più. Non gli passerà neanche per la testa che, se io decidessi di andarmene, la sola scelta possibile sarebbe quella di tornare a casa dei miei genitori e restarmene lì per il resto della vita, a sentire ogni giorno mia madre che si lamenta perché ho perduto un'occasione unica per essere felice, che dice che lui era un ottimo marito malgrado i piccoli difetti, che i  miei figli soffriranno enormemente per la separazione.
Due o tre anni dopo, nella sua vita spunterà un'altra donna. Io lo scoprirò, perché l'avrò visto in strada, o perché qualcuno me l'avrà raccontato. Stavolta, però, fingerò di non sapere. Avrò sprecato tutte le mie energie lottando contro l'amante precedente, senza ottenere niente: di conseguenza, sarà meglio accettare la vita così com'è, senza recriminare su come immaginavo che fosse. A quel punto, potrò solo dire che aveva ragione mia madre.
Lui continuerà a essere gentile con me; io seguiterò a lavorare in biblioteca, mangiando i soliti panini nella piazza del teatro, non riuscendo mai a finire un libro, guardando sempre i medesimi programmi televisivi, identici anche dopo dieci, venti, cinquant'anni. Mangerò i panini e mi sentirò colpevole, perché starò ingrassando. Non frequenterò più i bar, perché avrò un marito che mi aspetta a casa perché badi ai figli.
E, da quel momento, dovrò solo aspettare che i bambini crescano; penserò tutti i giorni al suicidio, senza trovare il coraggio di mettere in atto il mio proposito. Un bel giorno arriverò alla conclusione che la vita è così: non migliorerà, non cambierà. E io mi rassegnerò."
Veronika concluse il suo monologo interiore e promise a se stessa che non sarebbe uscita viva da Villete. Era meglio farla finita mentre aveva ancora il coraggio e la salute per morire."

"Nella sua esistenza, Veronika aveva capito che tantissime persone di sua conoscenza parlavano degli orrori della vita altrui come se fossero preoccupatissime di aiutare gli altri, ma in realtà si compiacevano per la loro sofferenza: perché questo li portava a credere di essere felici, considerando che la vita si era mostrata  generosa nei loro confronti."

" "Che cos'è un matto?"
"Proprio così. Questa volta ti risponderò senza giri di parole: la follia è l'incapacità di comunicare le tue idee. E' come se tu fossi in un paese straniero: vedi tutto, comprendi tutto quello che succede intorno a te, ma sei incapace di spiegarti e di essere aiutata, perché non capisci la lingua." "

"Fu allora che ricomparve la sensazione che l'Infinito e l'Eternità procedessero tenendosi per mano, e che bastasse contemplare uno di essi - magari l'Universo senza limiti - per notare la presenza dell'altro: il tempo che non finisce mai, che non passa, che permane nel presente, dove sono custoditi i segreti della vita."

" "Che cos'è la realtà?"
"Ciò che la maggioranza ha ritenuto che dovrebbe essere. Non necessariamente la situazione migliore, né la più logica, ma quella che si è adattata al desiderio collettivo. Vedi che cos'ho intorno al collo?"
"Una cravatta."
"Giusto. La tua risposta è logica, coerente per una persona assolutamente normale: una cravatta! Un matto, però, direbbe che porto intorno al collo un pezzo di stoffa colorata, ridicolo, inutile, annodato in maniera complicata, che rende difficili i movimenti della testa e richiede uno sforzo maggiore per far entrare l'aria nei polmoni. Se dovessi distrarmi mentre mi trovo vicino a un ventilatore, potrei morire strangolato da questo pezzo di stoffa. Se un matto mi domandasse a che cosa serve una cravatta, dovrei rispondere: "Assolutamente a niente." Non può dirsi utile neanche per abbellirsi, perché oggigiorno è divenuta addirittura il simbolo della  schiavitù, del potere, del distacco. La sua unica utilità si manifesta al ritorno a casa, quando una persona può togliersela, provando la sensazione di essersi liberata da qualcosa che non sa neanche che cosa sia. Ma quella sensazione di sollievo giustifica l'esistenza della cravatta? No. Eppure, se domandassi a un matto e a una persona normale che cos'è il nastro che porto intorno al collo, sarebbe considerato sano colui che mi rispondesse: "Una cravatta." Non importa chi è nel giusto: importa chi ha ragione." "

"Mari conosceva bene questo campo: aveva passato quarant'anni della propria vita facendo l'avvocato. Fin dall'inizio della carriera, aveva perduto l'ingenua visione della giustizia, imparando subito che le leggi non erano state fatte per risolvere i problemi, bensì per prolungare all'infinito i litigi.
Peccato che Allah, Geova, Dio -quale che sia il suo nome- non fosse vissuto nel mondo di oggi. Perché, in tal caso, noi ci troveremmo ancora in Paradiso, mentre Lui dovrebbe rispondere a ricorsi, appelli, rogatorie, prediche, mandati, preliminari, cercando di spiegare in numerose udienze la propria decisione di scacciare Adamo ed Eva dall'Eden, solo perché avevano trasgredito a una legge arbitraria, priva di fondamento giuridico: "Non mangiare il frutto del bene e del male."
Ma se Lui voleva che ciò non accadesse, perché aveva piazzato quell'albero proprio al centro del Giardino, e non fuori delle mura del Paradiso? Se fosse stata chiamata a difendere la prima coppia, Mari avrebbe sicuramente accusato Dio di "omissione di atti d'ufficio": non solo aveva messo l'albero nel posto sbagliato, ma non si era nemmeno premurato di collocare tutt'intorno avvisi e barriere; non aveva adottato le più elementari misure di sicurezza, esponendo chiunque passasse al pericolo.
Mari avrebbe potuto anche accusarlo di "istigazione a delinquere": aveva attirato l'attenzione di Adamo ed Eva sul punto esatto in cui si trovava l'albero. Se non avesse detto niente, intere generazioni sarebbero passate su questa Terra senza che nessuno si interessasse al frutto proibito, visto che doveva trovarsi in un bosco, fitto di alberi tutti perfettamente identici, e quindi privi di qualsiasi valore specifico.
Ma Dio non agì in questo modo. Al contrario, scrisse la legge e trovò il modo di convincere qualcuno a trasgredirla, per poter inventare il castigo. Sapeva che Adamo ed Eva avrebbero finito per annoiarsi di quella perfezione e che, prima o poi, avrebbero messo alla prova la Sua pazienza. Rimase ad aspettare. Forse anche Lui, il Dio onnipotente, era annoiato che le cose funzionassero in modo perfetto: se Eva non avesse mangiato la mela, che cosa sarebbe accaduto di interessante in questi miliardi di anni?
Niente.
Quando fu violata la legge, Dio, il giudice onnipotente, aveva simulato una persecuzione, come se non conoscesse ogni nascondiglio possibile. Con gli angeli che osservavano quel gioco e si divertivano - anche per loro la vita doveva essere molto noiosa da quando Lucifero aveva lasciato il Cielo -, Lui mosse qualche passo. Mari immaginava il modo in cui quel brano della Bibbia avrebbe potuto fornire una scena stupenda in qualche film di suspense: i passi di Dio, gli sguardi spaventati che si scambiava la coppia, i piedi che improvvisamente si fermavano davanti al nascondiglio.
"Dove sei?" aveva domandato Dio.
"Ho udito i tuoi passi nel giardino, ho avuto paura e mi sono nascosto, perché sono nudo," aveva risposto Adamo, ignorando che, dopo questa affermazione, era divenuto reo confesso di un delitto.
Proprio così. Con un semplice trucco, con cui dimostrava di non sapere dove stava Adamo né il motivo della sua fuga, Dio aveva ottenuto ciò che desiderava.
Comunque, per non lasciare alcun dubbio alla platea di angeli che assisteva attenta all'episodio, aveva deciso di spingersi oltre.
"Come sai di essere nudo?" aveva chiesto Dio, ben sapendo che alla domanda poteva essere data soltanto una risposta: "Perché ho mangiato il frutto dell'albero che mi permette di capirlo."
Con quella domanda, Dio mostrò ai suoi angeli che era giusto, e che stava condannando la coppia sulla base di prove inconfutabili. Dopo questo, non importava sapere se la colpa fosse della donna o dell'uomo, né che fosse chiesto perdono. Dio aveva bisogno di un esempio, dimodoché nessun altro essere, terrestre o celeste, avesse l'ardire di andare contro le Sue decisioni." "

"Aveva distrutto un mondo privo di interesse per ricrearlo nella propria mente, con altri colori, personaggi, storie."

"La normalità è solo una questione di consenso. Ossia, se molta gente pensa che una cosa sia giusta, quella cosa lo diventa."

"Ogni essere umano è unico, con le proprie qualità, i propri istinti, le proprie forme di piacere, il proprio spirito d'avventura. Ma la società finisce per imporre una maniera collettiva di agire: nessuno si ferma mai a domandarsi perché sia necessario comportarsi in quel modo. Ci si limita all'accettazione.
Tu sei una persona diversa, che vuole essere uguale. E questo, dal mio punto di vista, è considerata una malattia grave."
"È grave essere diversi?"
"È grave sforzarsi di essere uguali: provoca nevrosi, psicosi, paranoie. È grave voler essere uguali, perché questo significa forzare la natura. Ma tu ritieni che l'essere diverso sia una follia...Non avendo il coraggio di essere diversi, gli individui vanno contro natura."

Memorie di un'adolescente (3za parte)


PAULO COELHO - SULLA SPONDA DEL FIUME PIEDRA MI SONO SEDUTA E HO PIANTO

'Avrei potuto': non riusciremo mai a comprendere il significato di questa frase.
Perché in ogni momento della nostra vita ci sono cose che sarebbero potute accadere, ma che alla fine non sono avvenute. Ci sono istanti magici che passano inosservati quando, all'improvviso, la mano del destino muta il nostro universo.

Per la vita non è diverso: ci coglie alla sprovvista e ci obbliga ad incamminarci verso l'ignoto quando noi non lo vogliamo, quando non ne abbiamo bisogno.

'Che cos'è l'Altro?'
'L'Altro è colui che mi hanno insegnato a essere, ma che non sono io. L'Altro crede che sia obbligo degli uomini trascorrere la vita pensando al modo di accumulare denaro per non morire di fame da vecchi. Tanto pensa e tanto progetta che, alla fine, scopre di essere vivo solo quando i suoi giorni sulla terra stanno volgendo al termine. Ma allora è troppo tardi.'
'E tu, chi sei?'
'Io sono uno che si meraviglia davanti al mistero della vita, che prova gioia ed entusiasmo per ciò che fa. Solo che l'Altro, per paura di deludere, non mi lasciava agire.'
'Ma la sofferenza esiste...'
'Esistono le sconfitte. Ma nessuno può sfuggirvi. Perciò è meglio perdere alcuni combattimenti nella lotta per i propri sogni, piuttosto che essere sconfitto senza neppure conoscere il motivo per cui stai lottando.'

'...Purché tu possa ritrovare te stesso nel luogo che sceglierai. Un regno diviso non può resistere agli assalti dell'avversario. Così un essere umano diviso non può far fronte alla vita con dignità.'

'...Le montagne sono belle. Chiunque arrivi davanti alle montagne, non può fare a meno di pensare alla grandiosità della creazione. Ma il destino di queste montagne è solo quello di rendere una testimonianza. Non sono come i fiumi, che si muovono e trasformano il paesaggio.'
'Ma per quale motivo non essere come loro? Per quale motivo non tentare di essere come queste montagne: sagge, antiche e al posto giusto? Noi nasciamo, soffriamo, moriamo, e le montagne sono sempre lì.'
'Forse perché il destino delle montagne deve essere terribile. Sono obbligate a contemplare per sempre lo stesso paesaggio.'

'Rompi questo bicchiere, per favore, e liberaci da questi maledetti preconcetti, dalla mania che sia necessario spiegare tutto e fare solo quello che gli altri approvano.'

Forse era molto faticoso essere diversa. L'essere umano è condannato a ripetere i passi della generazione precedente, finché un certo numero di individui comincia a comportarsi in maniera diversa. Il mondo allora cambia, e noi mutiamo con esso.

venerdì 22 maggio 2009

Injecting fears in my brittle little veins...




Loving your dream, carrying your pain.
Watching me going slowly to my grave.
Didn't know you, didn't know you.
Sipping hatred in a glass of milk.
Injecting fears in my brittle little veins.
Didn't know you, didn't know you.

Talking nonsense to me, I wish I could believe.
Living me untended so little left to give.

Kill me I'm a monster
You made me cruel but I'm not a failure.
Kill me I'm a monster
I beg you now cause I'm not a killer.
Heal me I'm a monster
You spill my blood cause I'm just a dreamer.
Kill me I'm a monster
You made me cry it will soon be over.
Kill me I'm a monster
You made me cruel but I'm not a failure.
Kill me I'm a monster
You made me cry it will soon be over.

Floating in your dream driven by your aim.
Faking to be in laughing at my pain.
Laughing at my pain.
Needed just a ride with a lovely maid.
Sifting trough your light tearing me to shreds.
Blood's coming to my head.

Kill me I'm a monster
You made me cruel but I'm not a failure.
Kill me I'm a monster
I beg you now cause I'm not a killer.
Heal me I'm a monster
You spill my blood cause I'm just a dreamer.
Kill me I'm a monster
You made me cry it will soon be over.

Kill me I'm a monster
I beg you now cause I'm not a killer.
Heal me I'm a monster
You spill my blood cause I'm just a dreamer.
Kill me I'm a monster
You made me cry it will soon be over.

[AWIM - KILL ME]

domenica 17 maggio 2009

Lo Straniero


ALBERT  CAMUS - LO STRANIERO

"[...] Non c'erano più, nella strada, che i bottegai ed i gatti. Il cielo era puro ma senza splendore, sopra i fichidindia ai lati della strada. Sul marciapiede di fronte, il tabaccaio ha tirato fuori una sedia, l'ha sistemata davanti alla sua porta, e ci si è messo sopra a cavalcioni appoggiandosi con le mani allo schienale. I tram, poco prima gremiti, erano quasi vuoti. Nel piccolo caffè "Da Pierrot", che è di fronte al tabaccaio, il cameriere scopava della segatura nella strada deserta. Era veramente domenica.
Ho girato la mia sedia e l'ho messa come quella del tabaccaio perchè ho trovato che era più comodo. Ho fumato due sigarette, sono entrato in camera a prendere un pezzo di cioccolata e sono venuto a mangiarla al balcone. Poco dopo il cielo si è infoschito e ho creduto che ci sarebbe stato un temporale estivo. Ma a poco a poco si è schiarito di nuovo. Il passaggio delle nubi, però, aveva lasciato sulla strada come una promessa di pioggia che l'ha fatta diventare più scura. Sono rimasto a lungo ad osservare il cielo."

"[...] Avevo letto, sì, che in prigione si finisce col perdere la nozione del tempo. Ma questo non aveva molto senso per me. Non sapevo, prima, fino a qual punto i giorni possono essere lunghi e corti allo stesso tempo. Lunghi a vivere, senza dubbio, ma talmente distesi che finiscono per traboccare gli uni sugli altri. Così perdevano il loro nome. Le parole ieri o domani erano le sole che conservassero un senso per me.
Quando un giorno il guardiano mi ha detto che ero lì da cinque mesi, gli ho creduto, ma non l'ho capito. Per me era sempre lo stesso giorno che scorreva nella mia cella, e io percorrevo sempre la stessa via. Quel giorno, dopo che il guardiano è uscito, mi sono guardato nella gavetta di ferro. Mi è parso che la mia immagine restasse seria anche se cercavo di sorridere. Me la sono agitata dinanzi. Ho sorriso e lei ha conservato la stessa aria severa e triste. Finiva il giorno ed era l'ora di cui non voglio parlare, l'ora senza nome, quando i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio. Mi sono avvicinato al lucernario e, nell'ultima luce, ho contemplato la mia immagine ancora una volta. Era sempre seria, e in fondo non c'era nulla di strano perchè in quel momento ero serio anch'io. Ma nello stesso tempo e per la prima volta dopo lunghi mesi, ho udito distintamente il suono della mia voce. L'ho riconosciuta: era quella che mi risuonava alle orecchie da molte lunghe giornate e ho capito che durante tutto quel tempo avevo parlato da solo."

"[...] Uscendo dal palazzo di giustizia per salire nella vettura, ho riconosciuto per un breve istante il profumo e il colore della sera d'estate. Nell'oscurità della mia prigione semovente ho ritrovato a uno a uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i rumori familiari di una città che amavo e di una certa ora in cui mi avveniva di sentirmi contento. Il grido dei giornalai nell'aria già calma, gli ultimi uccelli nel piazzale, il richiamo dei venditori di sandwiches, il lamento dei tram nelle svolte delle vie alte, quella sonorità del cielo prima che la notte si appesantisca sul porto, tutto questo ricomponeva per me un itinerario cieco, che conoscevo bene prima di entrare in prigione. Sì, era questa l'ora in cui, tanto tempo fa, mi sentivo contento. Quello che mi aspettava, allora, era sempre un sonno leggero e senza sogni. Eppure qualcosa era cambiato perchè con l'attesa dell'indomani era la mia cella che ritrovavo. Come se le vie familiari tracciate nei cieli d'estate potessero condurre tanto alle prigioni che ai sonni innocenti."

"[...] E' all'alba che vengono, lo sapevo. E ho passato le mie notti ad aspettare quell'alba. Non mi è mai piaciuto farmi sorprendere: quando mi succede qualcosa, preferisco essere presente. Così ho finito per non dormire che un poco durante il giorno e, lungo tutte le mie nottate, ho atteso pazientemente che la luce nascesse sul vetro del cielo. Il momento più difficile era quell'ora incerta in cui sapevo che essi operano per abitudine. Passata la mezzanotte, attendevo e stavo in agguato. Mai il mio orecchio aveva percepito tanti rumori, distinto suoni altrettanto lievi. Devo dire del resto che in fondo ho avuto fortuna durante tutto questo periodo perchè non ho mai udito dei passi. La mamma diceva spesso che non si è mai completamente infelici. Ero d'accordo con lei nella mia prigione quando il cielo prendeva colore e una nuova giornata scivolava nella mia cella. Perchè poteva darsi ugualmente che udissi dei passi e mi scoppiasse il cuore. E invece, per quanto il più lieve fruscio mi facesse balzare alla porta, per quanto, l'orecchio schiacciato contro il legno, attendessi perdutamente fino ad udire il mio proprio respiro, spaventato di trovarlo rauco e così simile all'ansimare di un cane, in verità il cuore non mi scoppiava e avevo guadagnato ancora una volta ventiquattr'ore."

"[...] E anch'io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perchè tutto sia consumato, perchè io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio."

giovedì 30 aprile 2009

Butterfly's (Lap) Dance...




"...E poi, dopo che ti hanno offerto da bere, quando alzano il bicchiere per fare un brindisi, ti devono guardare dritta negli occhi e ripetere questa poesia:
"Il bosco è magnifico, profondo all'imbrunire. E io ho promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di dormire...Mi hai sentito Butterfly?...Miglia da percorrere prima di dormire."
E allora, se loro ti dicono questo, tu gli devi fare una lap-dance. Se ti chiamano Butterfly, ti offrono da bere e ti dicono la poesia, tu gli fai una lap-dance.
Non la devi fare a nessuno, se non ti va...Però magari stasera, un po' più tardi, ti senti tutta rilassata...Se arriva un ragazzo carino, molto fico, molto sexy, spassoso da morire -ma non buffo d'aspetto- e ti dice la poesia...allora forse l'hai già fatta prima...oppure non l'hai fatta..."
 
[GRINDHOUSE by QUENTIN TARANTINO]

venerdì 24 aprile 2009

...Cold as a Judas kiss...




Now there is a line in Genesis 9,
After the flood:
"Kill men who shed the blood"
Sharp is your needle,
Revenge is evil - wrong or right.

Blind is our justice,
Cold as a Judas kiss,
Dark is the night.

Dead petals falling on the bed,
White crosses hanging overhead,
Deep is the final breath,
Long is a man's death.
Dead petals falling on the bed,
White crosses hanging overhead,
Deep is the final breath,
Long is a man's death.

"Thou shalt not kill"
Cry from calvary's hill,
A soul is a soul,
As we slaughter our own.

Locked in a cage,
And guns at our heads.
Singing gospels of rage,
Saying "they're better off dead".

One wick of the skin,
Wipes away sin,
"An eye for an eye"
It's our hearts we're losin'.

Dead petals falling on the bed,
White crosses hanging overhead,
Deep is the final breath,
Long is a man's death.
Dead petals falling on the bed,
White crosses hanging overhead,
Deep is the final breath,
Long is a man's death.

[ALEX PARKER - ANOTHER BLEEDING HEART]


venerdì 17 aprile 2009

Prima di un urlo...

JIM NISBET - PRIMA DI UN URLO

"Finora Stanley è stato benone, con l'unico futuro di cui dispone da tanto tempo: il suo futuro come relitto del proprio passato, che ha sempre neutralizzato il suo presente."

"Da un lato era risentito, poichè aveva sempre ritenuto che seguire la propria intelligenza, ovunque portasse, significava saltare agilmente da una squallida vetta di futilità ad un'altra, come aveva -quasi- detto una volta Shelley. Ma ignorare i suggerimenti della propria intelligenza, significa soffocare completamente gli impulsi. L'intelligenza è una reazione a catena o, come nel caso di Stanley (e non è il solo), una catena di impulsi non frenati. Avendo soffocato un'osservazione impertinente, sopprimendo uno dei suoi rari impulsi, Stanley non poteva ragionevolmente aspettarsi che ne venisse subito a galla un altro...Non così presto da salvare quella specifica conversazione, almeno."

"Ehm" fece Occhiverdi, dopo un silenzio prolungato.
Un altro istante si contrasse in uno spasimo e morì. Lei diede un'alzata di spalle, si voltò e si accese una sigaretta, senza curarsi affatto di aspettare che Stanley finisse di valutare il proprio impulso ad offrirle l'accendino."

"Sì" confermò lei. Passò un'unghia lungo l'orlo del bicchiere.
"E' un'istituzione fatta apposta per mangiarti viva: marito, casa, bambini e tutto quanto. Il cervello ti diventa come un fossile dei pozzi di catrame di La Brea. Il cuore ti diventa un muro di contenimento imputridito. L'anima ti diventa una lucciola in un barattolo. Diventi...Diventi..." Tacque. Un istante dopo aggiunse: "Penserai che sono prevenuta."
Stanley scrollò le spalle. "Prima di tutto, io non dovrei vivere con un marito; semmai dovrei avere una moglie."
"Giusta osservazione. Noi ragazze quella fortuna non ce l'abbiamo. Splendido. Si fa per dire."

"...La televisione ti tiene in uno stato di sogno che somiglia molto alla realtà, con un'importante differenza: quando sogni metabolizzi, quando guardi la TV no. Nel metabolismo psichico, le esperienze della realtà si scindono in sostanze apportatrici di energia da utilizzare in processi emotivi vitali. Altre strutture necessarie alla salute mentale vengono sintetizzate dal sogno. Sotto l'influenza del sonno, del lavoro, del gioco e -ehm- del sesso, il metabolismo psichico riesce a fare bene quel che deve fare. Ma sotto l'influenza della televisione no. Con la televisione, la tua esperienza non fa altro che starsene lì seduta, lasciando che tutta l'esperienza falsa e predigerita che la TV ti spiattella, tutta quella pappa senza nutrimento, si ammassi in cima alle eventuali, magre e irrisolte esperienze autentiche che magari erano riuscite ad attecchire sotto il tuo cranio, fino al momento in cui hai preso in mano la bacchetta magica."
"Bacchetta magica?"
Lui allungò di fronte a sè pollice e indice e fece il gesto di premere i tasti. "Zap" disse piano. "Zap, zap."
"Il telecomando" concluse lei.
"La bacchetta magica della non-consapevolezza", confermò lui, come parlando a sè stesso."

"Sentì il canto dell'uccello, ma gli ci volle del tempo per riconoscerne la natura uccellesca. Mute cascate di coscienza gli attraversavano il cervello al rallentatore, come una valanga sottomarina, una densità disciolta e completamente insabbiata. Impacciato e difettoso."

"Una brezza spirava tra i rami che pendevano su di lui protettivi, vicini. Ai rami erano appesi tanti piccoli frutti strani, bluastri e grinzosi. Ogni frutto aveva un occhio a cui forse interessava guardarlo.
La paranoia è soltanto consapevolezza di sè amplificata, Don Chisciotte. Sì, Sancho."

"La moderazione è sempre opportuna" rispose Sims.
"Mi sento oppresso, qui dentro" disse Stanley.
"Non dovrebbe, signor Ahearn. E' una camera privata."
"La moderazione l'ho già provata."
"E?"
"Mancava qualcosa."
"Tipo?"
"L'eccesso."

"L'eroismo è una cosa passeggera, un prodotto del momento che lo ha originato. Compi quel gesto, e poi devi tornare alla vita di sempre. Il vero eroismo non è un atto estemporaneo ma è continuo, come alzarsi e andare a lavorare ogni giorno invece di farti saltare il cervello."

"Entri" disse Stanley.
Corrigan non si mosse. "Non ero mai stato su una carrozzella. Molto comoda."
"Si? Ha la stessa aria rilassata di un pesce rosso in altalena."
Corrigan gettò lo sguardo oltre il tetto, sulle colline di Berkeley in lontananza. "E' vero, in un certo senso il distintivo è alienante" concesse. "La sua scusa qual'è?"
"Non mi piace essere costretto ad entrare in un club che non ho mai sentito nominare."
"Tra questi è inclusa la razza umana?"
"Sono uguali a me, camminano come me" Stanley scrollò le spalle. "Forse è per questo che li odio."

"Il sole era tramontato, tirandosi dietro il giorno."

"Dovresti fare attenzione allo zucchero" suggeri Iris, indicando la lattina di Coca. "Lo zucchero fa impazzire i ragazzi e provoca insonnia."
"Il comportamento in tempo reale" replicò Felix, staccando e riattaccando il suo velcro "è ingannevole."

"Ma Iris non era ciò che Stanley voleva.
L'amore non si attacca al secondo rimbalzo, si disse Stanley. E neppure la lussuria. Iris è transitoria."

"Stanley serrò la mascella. Quell'informazione lo irritò. "Questo fa decisamente calare la mia stima per te" disse a Sibyl.
Sibyl sorrise sprezzante: "La tua stima non rientra nemmeno nel mio orizzonte."
Stanley la fissò. Poteva spararle ora. Sarebbe stato facile. E soddisfacente. Poteva perfino essere una scelta difendibile."