sabato 30 novembre 2013

Fragile Dreams




Countless times I trusted you
I let you back in
Knowing…Yearning…
You know I should have run
…but I stayed

Maybe I always knew
My fragile dreams would be broken
…for you

Today I introduced myself
To my own feelings
In silent agony, after all these years
They spoke to me
…after all these years

Maybe I always knew
My fragile dreams would be broken
…for you

[ANATHEMA - FRAGILE DREAMS]

 

venerdì 22 novembre 2013

Le Madri Nere

PASCAL FRANCAIX - LE MADRI NERE

Ma papà non rispondeva.
Faceva come se niente fosse. Del resto è la cosa che gli riesce meglio: fare come se niente fosse. Tirava tranquillamente dalla sua pipa e faceva dei cerchi di fumo come non ne avete mai visti. Degli anelli impeccabili, da credere che avesse ingoiato un compasso.

Dopo torniamo a casa sotto le stelle. Allunghiamo la strada invece di accorciarla.
A volte arriviamo prima che le Madri Nere abbiano finito la loro riunione, allora papà si riaccende la pipa e mi porta a fare un giro nei campi. Quando è estate andiamo fino a Wasnes-au-Bac a vedere le chiatte. Scivolano in mezzo al canale fendendo sul loro passaggio le stelle annegate. E' bello come le cose che non si possono dire.

Nel sogno era giorno e nevicava. Mica due o tre fiocchi qua e là, no, era una vera tormenta che sollevava fitti turbini bianchi dietro i vetri e faceva cadere gli uccelli dai nidi con strida gelate.
Ero seduto al tavolo che mi fa da scrittoio e scrivevo chino sul diario come su un pozzo. Scrivevo in fretta, senza cercare le parole. Cadevano sulla pagina come i fiocchi di neve per terra, a folate.

Perchè scrivo, innanzitutto?
All'inizio era per svuotarmi la testa che riempivo le pagine. Scrivevo come papà si rade ogni mattina, per tagliare le idee nere e i pensieri barbosi man mano che crescevano. Al primo quaderno, quello che la mamma ha buttato nella latrina insieme al mio pollice, mi ricordo che davo del tu. Gli parlavo come a un buon amico. Era idiota, lo so, ma mi aiutava a sopportare la solitudine.
E poi ho capito che era ridicolo rivolgermi a lui come a un essere vivente, un confidente muto che avrei coperto di tatuaggi , e quei tatuaggi sarebbero state le parole che nessun orecchio umano accetta di ascoltare. Non aveva alcun senso.

La voce si è azzittita di colpo. C'è stata come una forte corrente d'aria nella mia testa, un colpo di vento che ha soffiato via tutti i miei pensieri. Le mie palpebre sono diventate pesantissime  e si sono chiuse. Non ho più sentito niente, non ho più provato niente. Mi sono addormentato.
La prima cosa che ho fatto al risveglio è stata piazzarmi davanti allo specchio. Volevo vedere se l'ombra aveva lasciato delle tracce.
Ho guardato la mia immagine. Era grigia, color della cenere o del fumo.
Il mio viso, le mie mani, erano grigi. Mi sono spogliato completamente: la mia pelle era uguale dappertutto.
Ho chiuso gli occhi. Quando li riaprirai, ho scommesso, sarai diventato tutto pulito, altrettanto chiaro e lindo di ieri. Ho lasciato che il buio soffocasse il ricordo del mio riflesso, ho separato bene il prima dal poi e ho iniziato a contare.

Appena allento un po' la sorveglianza, mi si intrufola di nascosto nel cervello e comincia con l'offuscarlo. I miei pensieri si sfilacciano. Non riesco più a mettere due idee in fila, non si collegano più le une alle altre, un po' come succede prima di addormentarsi.
Quando la mia mente si è rammollita come una zolla di terra umida, Jacques ci pianta la sua volontà.

Non ho mai saputo far finta di piangere. Posso impedirmelo se necessario, posso rientrare nel guscio per soffocare il dolore nell'uovo, ma forzarlo a esplodere, questo non l'ho mai saputo fare.

Così sono andato alla finestra e ho aperto i battenti.
Fuori la neve cadeva regolarmente, leggerissima e finissima, come se le nuvole si sbriciolassero sfiorando il tetto di casa. Il paesaggio era piatto e bianco come un foglio di carta da lettera, su cui Dio, forse, contava di scrivere un messaggio  importante con il suo dito gigantesco. L'aria era così fredda che pietificava tutto quanto. Fin dove arrivava lo sguardo non si muoveva nulla, a parte i minuscoli punti bianchi che scendevano da nessuna parte e cadevano dappertutto. Si sarebbe detto che quella polvere gelata fioccasse dentro di me, che galleggiasse dolcemente all'interno del mio corpo vuoto. Che lo riempisse come una clessidra. Ero immobile come il mondo davanti ai miei occhi e sentivo i fiocchi accumularsi...

Non mi ricordo di averlo sentito gridare mentre precipitava.
Mi ero preparato al peggio, alle sue membra spezzate e contorte, a un grido rosso incastrato in fondo alla sua bocca spalancata, a del sangue, il suo sangue sgorgato a fiotti sulla neve e di cui la neve si sarebbe lentamente imbevuta.
Avevo immaginato il peggio, avevo previsto l'orrore in ogni dettaglio, perchè non mi sorprendesse a tradimento  quando l'avessi avuto davvero sotto gli occhi.
Ma ciò che ho scoperto ai miei piedi quando mi ebbero portato accanto al corpo non era l'orrore scarlatto di cui ero rabbrividito in anticipo...non era affatto quello che avevo previsto.

Qui si conclude quella che non era la mia storia.
Tutto quanto ho raccontato finora non ha fatto che capitarmi, e ciò che capita a qualcuno non conta. Non è la sua storia, ma quella che gli preparano gli altri.
Questa vita non è la mia.


sabato 26 ottobre 2013

Il Diario dal Pacifico

DAVID MITCHELL - CLOUD ATLAS
IL DIARIO DAL PACIFICO DI ADAM EWING

Che il globo terracqueo ospitasse altre terre, calcate da altri piedi, i moriori non lo sospettavano minimamente. In effetti, la loro lingua non contempla la parola "razza" e moriori significa semplicemente "gente". [...] L'antica pretesa d' originalità di Rekohu, tuttavia, risiede nel suo eccezionale credo pacifico. Da tempo immemorabile, la casta sacerdotale dei moriori aveva decretato che chiunque avesse versato sangue umano avrebbe ucciso il proprio mana, sinonimo di onore, valore, posizione sociale e anima. Nessuno moriori avrebbe più ospitato, sfamato, considerato o persino guardato la persona non grata. [...] La guerra era un concetto tanto alieno per i moriori, quanto il telescopio per i pigmei. La Pace, non uno iato tra due guerre, ma millenni di intramontabile pace, ha governato queste vaste isole. [...] Se colpita ripetutamente, la pace, come il vetro, mostra tutta la sua fragilità. [...] La pace, per quanto preziosa agli occhi di Nostro Signore, è virtù cardinale solo se i vicini condividono la nostra stessa coscienza.

Molteplici verità quanti sono gli uomini. Di quando in quando, mi è dato scorgere di lontano una Verità più vera, nascosta tra imperfetti simulacri di se stessa, ma se faccio tanto d'avvicinarmi, questa si agita, sprofondando ancor più nell'insidiosa palude del dissidio.

La mente ha orrore del vuoto ed è sua abitudine popolarlo di fantasmi.

Boerhaave, come tutti i prepotenti e i tiranni, trasforma in motivo di vanto l'odiosità che lo rende infame.

Non ho confessato le vere ragioni del mio gesto, ma ho domandato come mai durante la fustigazione mi avesse sorriso. "Dolore è forte, sì, ma occhi di amico, più forti." Gli ho detto che lui non sa niente di me, nè io so niente di lui. Si è sfiorato gli occhi e ha indicato i miei, come se quel semplice gesto fosse un'ampia spiegazione.

"Vicenda rischiosa" mi ha messo in guardia Mr. Roderick. "L'unica legge sulla Prophetess è l'Umore del Vecchio." Un'altra legge chiamata "Coscienza" viene osservata lex loci ogniqualvolta Dio vede, ho risposto io.

Il giovane si è presentato come Wagstaff e mi ha spiegato che chi parlava dal pulpito era "il preside  della Scuola di Fumo di Nazareth".
Ho confessato la mia ignoranza sull'esistenza di una tale accademia.
"Un'idea di Padre Upward, della missione di Tahiti. Dovete capire, signore, che il polinesiano medio respinge il lavoro perchè non ha motivo di attribuire valore ai soldi. 'Se io fame', dice lui, 'raccolgo qualcosa o caccio qualcosa'. Se io freddo, dico donna 'Tessi!'. Mani oziose, Mr Ewing! E sappiamo tutti che genere di impiego il Diavolo trovi per simili mani. Ma instillando in quei bastardi scansafatiche una leggera dipendenza da questa foglia innocua, diamo loro un incentivo a guadagnare in modo da potersi comprare il tabacco - niente liquori, badate bene, solo tabacco - presso la bottega della Missione. Ingegnoso, non trovate?"

"Uno pensa che i selvaggi ci siano grati. Voglio dire, li educhiamo, li curiamo, offriamo loro un lavoro e vita eterna! Oh, dicono 'Prego, signore' e 'Grazie, signore' con una certa grazia, ma è tutta una finta".

Se imbottigliato, il disprezzo di Mrs Wagstaff per il giovane marito poteva essere venduto come veleno per topi.

"A ben guardare, un 'teorema' appare eccessivo laddove è sufficiente una semplice legge."
"E quale sarebbe questa legge?"
"Una legge che recita che 'I deboli sono cibo per i forti'."
"Ma la vostra semplice legge non risponde alla questione di fondo, 'Perchè le razze bianche dominano sul resto del mondo?' "
Henry ha ridacchiato, ha caricato un moschetto immaginario, ha finto di prendere la mira, ha strizzato l'occhio, e infine ha stupito i presenti con un "Bang! Bang! Bang! Vedete? Beccato prima che aprisse bocca!". Henry ha stretto le spalle. "Dov'è il mistero?"
Il predicatore Horrox aveva perso il buonumore. "Volete dunque insinuare che le razze bianche dominano il mondo non per volontà divina, ma grazie al moschetto? Ma una simile affermazione è lo stesso interrogativo di prima camuffato sotto altre spoglie! Perchè mai il moschetto è stato consegnato all'uomo bianco e non, diciamo, all'esquimese o al pigmeo, se non per nobile volontà dell'Onnipotente?"
Henry ha replicato. "Le nostre armi non sono piovute dal cielo in un bel giorno di primavera. Non è la manna sul Sinai. Da Agincourt in poi, l'uomo bianco ha raffinato e approfondito la scienza della polvere da sparo affinchè i nostri moderni eserciti potessero imbracciare decine di migliaia di moschetti! 'Aha!' direte voi, sì, 'Ma perchè noi ariani? Perchè non gli unipedi dell'Ur o le mandragole delle Mauritius?' Perchè, mio caro predicatore, tra tutte le razze della Terra, la nostra brama - o meglio, la nostra rapacità - di tesori, di oro, di spezie e di dominio (oh, soprattutto, di dolcissimo dominio) è la più profonda, la più insaziabile e quella maggiormente priva di scrupoli! E' questa rapacità ad alimentare il nostro Progresso; se con finalità divine o infernali non mi è dato sapere. Nè lo potete sapere voi, signore. Nè io bramo saperlo. Provo unicamente sollievo all'idea che il Creatore mi abbia scaraventato dalla parte dei vincenti." [...] " 'Perchè girare attorno alla semplice verità? Noi sterminiamo le razze più scure per impossessarci delle loro terre e delle loro ricchezze. I lupi non stanno seduti nelle caverne a elaborare oziose teorie razziali per giustificare il fatto che divorano un gregge di pecore! "Onestà intellettuale"? La vera "onestà intellettuale" sarebbe farla finita con queste foglie si fico e ammettere che tutte le popolazioni sono predatrici, ma che i predatori bianchi, con il loro binomio mortale di malattie e armi da fuoco, sono par excellence campioni di rapacità, e allora?"

Le recenti avventure mi hanno spinto a riflettere molto; specie di notte, quando percepisco solo quel flusso tumultuoso che tramuta eternamente i massi in ciotoli. I miei pensieri scorrono così.
Gli eruditi individuano nella storia certi percorsi e li trasformano in leggi che regolano l'ascesa e la caduta delle civiltà. La mia filosofia segue il procedimento inverso. Ovvero: la storia non ammette leggi; solo esiti. Da cosa sono determinati gli esiti? Dalle azioni malvage e dalle azioni virtuose. [...] Un bel giorno, questo mondo dominato interamente da predatori andrà incontro all'autodistruzione. Nel singolo, l'egoismo abbruttisce l'anima; nella specie umana, egoismo significa estinzione.
E' forse questa l'entropia inscritta nella nostra natura? Se noi ci convinciamo che l'umanità può realmente trascendere artigli e zanne, se ci convinciamo che razze e religioni diverse possono convivere in pace sulla terra, se ci convinciamo che i governanti devono essere onesti , che la violenza deve essere arginata, che il potere deve essere responsabile e che le ricchezze della Terra  e dei suoi oceani devono essere suddivise equamente tra tutti, questo mondo nascerà davvero. Non mi illudo. E' il più difficile dei mondi possibili.

Una vita spesa a plasmare un mondo che io sia felice di consegnare a Jackson, anzichè un mondo che io debba aver timore di passargli. Ecco, a mio avviso, una vita degna di essere vissuta. [...] Sento già la voce di mio suocero. "Ingenuo di un sognatore, Adam. Quando esalerai l'ultimo respiro capirai che la tua vita altro non è stata che una piccola goccia in un oceano sconfinato!" Ma cos'è l'oceano se non una moltitudine di gocce?

sabato 13 luglio 2013

La vita, i sentimenti, le necessità non sono un cinodromo e io non sono un cane.

Competizione
 
Definizione tratta da Wikipedia: "La competizione è l'interazione tra i singoli organismi della stessa specie o di specie diverse che sfruttano le stesse risorse, spesso presenti in quantità limitate."

"Sostenere che la competizione non faccia parte della natura umana è arduo, tant'è vero che senza competizione l'umanità stessa non esisterebbe affatto. La più antica tra le forme di competizione infatti è la selezione della specie, quel meccanismo che ci ha consentito di essere quel che siamo. La teoria darwiniana dell'evoluzione da questo punto di vista parla chiaro: "Gli esseri viventi sono il risultato di una selezione violenta, che ha premiato le specie capaci di sopravvivere in un determinato ambiente." (Vittorino Andreolli - Competizione e affermazione di sè)
 

Bene, questo è l'assunto. Assunto che è divenuto "modus vivendi", esteso ai più svariati e disparati aspetti della vita quotidiana.
Non sono assolutamente intenzionata ad aprire un dibattito in merito a quest'argomento. Semplicemente, una serie di avvenimenti recenti ha fatto sì che provassi l'irreprimibile desiderio di spendere due parole sulla mia visione a tal riguardo.
La selezione della specie non è frutto di una scelta. Presupposti di questa selezione sono necessità di sopravvivere e istinto di conservazione della vita. Presupposti che mi sentirei di definire "esistenziali", oltre che essenziali.
Qualsiasi altra selezione -e conseguente competizione- è frutto di una scelta attiva.
Gli individui non "entrano in competizione", vengono messi in competizione. Amore, fama, lavoro...che si trasformano in narcisismo, orgoglio, soldi...I motivi sono svariati e le scusanti addotte infinite...
La competizione è stimolo e crescita: stronzate!...O meglio: assolutamente veritiero per il branco di pecore che è il genere umano...Concepirla così ha fatto comodo a molti, come mantenere per secoli il popolo nell'analfabetismo e nell'ignoranza.
Stimolo e percorsi di crescita sono da ricercare dentro di sè, se solo gli individui lo concepissero. Si impara, si migliora, si diventa più forti per sè stessi. Eppure sono così pochi quelli in grado di farlo.
C'è una continua ricerca di approvazione...e fosse ricerca di approvazione almeno da parte delle persone che si stimano o alle quali si tiene...sarebbe più umano, lo troverei più comprensibile...E invece no. Si ricerca l'approvazione da parte del contesto sociale. Ti presentano un programma "esistenziale" al quale attenerti e i più lo firmano senza leggerlo! E tutti coloro che non si attengono al programma, si sentono socialmente emarginati. E invece che rimanere coerenti con la propria indole, il proprio sentire e le proprie idee, si svendono e si mortificano. Che amarezza!
Ciascuno di noi ha dei limiti, ma questo non ci vieta di tentare di spostare la soglia del limite un po' più in là...e una volta raggiuntala, ancora un po'...
Ciascuno di noi ha qualcosa da insegnare e molto da imparare...
Ciascuno di noi dovrebbe trovare la forza di essere consapevole, anzichè il modo migliore per "vendersi"...
Perciò...Io imparo, faccio errori, cresco, ogni giorno. Non pongo limiti agli interessi e alle possibilità di apprendimento. Sono consapevole e tento di essere il più coerente possibile, soprattutto nella mia emarginazione. Dò rispetto e pretendo lo stesso. E non ho intenzione di mettermi in competizione per l'approvazione, la considerazione o l'affetto di nessuno. O meglio, non ho intenzione di farmi mettere in competizione per l'approvazione, la considerazione o l'affetto di nessuno. NESSUNO.
La vita, i sentimenti, le necessità non sono un cinodromo e io non sono un cane. Se state cercando qualcuno che si azzuffi per un osso e due pacche sulla testa, avete sbagliato non solo persona, ma anche specie...

MoodyCat

sabato 30 marzo 2013

Buonismo: Il Cancro Della Volontà

LUCA MARCOLIVIO - BUONISMO: IL CANCRO DELLA VOLONTA'
 
Una premessa: stiamo per descrivere un vizio tipico di questi tempi, del quale ben pochi possono dirsi esenti. Il buonismo è un vero e proprio virus che si manifesta in forme più o meno acute e del quale tantissimi sono i portatori sani. Buonisti sono sempre e solo gli altri; il buonismo è un vizio la cui ammissione è un tabù, pena l’emarginazione e la derisione. Se da un lato l’inclinazione al cinismo (che del buonismo, in fin dei conti, è il rovescio della medaglia) incute sempre una sottile ammirazione, quasi un timore reverenziale, il buonista sarà sempre e solo una buffa e patetica macchietta, incline alla retorica dell’accondiscendenza, del sorriso facile, dei buoni sentimenti, del compromesso inteso soltanto nella sua accezione nobile.

Ciononostante il buonismo è la vera malattia morale di questo secolo perché si ricollega alla decadenza dei tempi attuali, a quella paralisi della volontà, quell’inettitudine borghese che, all’inizio del secolo scorso, stimolò la riflessione di giganti della narrativa come Kafka, Musil e Svevo. Il buonismo è la declinazione nazional-popolare del “pensiero debole”, del politically correct anglosassone, del relativismo teoretico e morale. Il buonista è un uomo tarato da una pugnace ossessione per gli altri, per tutto ciò che è altro in senso sia personale che ideale, sia concreto che astratto. Da un lato è convinto che l’erba del vicino sia sempre più verde, dall’altro, poiché gli è stato insegnato che l’invidia è un difetto, deve ostentare ammirazione per quel vicino. Non è un uomo sicuro di sé, affatto: nasconde dietro sorrisi, i suoi assillanti sensi di colpa, è terrorizzato dall’idea di non essere apprezzato. Il buonista è continuamente alla ricerca di mediazioni e, non credendo nell’esistenza di una Verità ultima, dovrà adeguarsi alle tante verità contingenti che individua intorno a sé. Anche a livello mentale è fondamentalmente un pigro e parla per slogan, per luoghi comuni, per “sentito dire”, non è incline alla riflessione profonda, né alla messa in discussione delle sue piccole certezze quotidiane. Un po’ come il dottor Adattati, protagonista del racconto Un uomo tranquillo di Stefano Benni, che ha “una sola idea chiara, irrinunciabile, trainante: non avere idee”. All’arrivo del nuovo capoufficio Adattati va nel panico, al pensiero di dover rinunciare alle abitudini e ai discorsi del precedente dirigente (“una vaga misoginia con sospette fantasie lolitiche, il gusto della citazione latina, la pipa, le scarpe inglesi, la squadra del Deportivo, l’attore B., il conducatore televisivo T., le barzellette un po’ spinte, i temperini a ghigliottina, la sfiducia nei medici e i discorsi sull’ulcera”) cui si era camaleonticamente adeguato.

Il buonista manifesta spesso sentimenti o ideali umanitari, tuttavia lo fa soprattutto per dare una buona immagine di sé. Non ha una vera consapevolezza degli effetti delle proprie azioni: il vecchio aforisma “Di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno” (Samuel Johnson) gli è del tutto estraneo. La qualità indiscussa del buonista è quella di non adirarsi quasi mai, eppure qualora gli capiti di essere sbugiardato, è facile vederlo in preda al panico o all’isteria, oppure rimanere silente e attonito. La sua etica non è mai fondata su Verità oggettive, quanto sullo spirito dei tempi, al quale tende ad attenersi in modo maniacale e quasi dogmatico, e in nome del quale sa ergersi, quando vuole, a severo censore e fustigatore di costumi. È forte coi deboli e debole coi forti.

Il buonista, spesso e volentieri, è un candido, una sorte di ‘utile idiota’ a volte dotato di un discreto carisma che i più spregiudicati sono abili a strumentalizzare. Non mancano quindi i casi in cui il buonista è un vero e proprio lupo travestito da agnello, un freddo calcolatore che, studiando nel dettaglio i tic e gli stereotipi dei “candidi di successo”, tenta di riprodurne i modelli comportamentali su grande scala. Lo aveva previsto con un secolo di anticipo Vladimir Soloviev che descrive il suo Anticristo come un “filantropo, pieno di compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali”, un “convinto spiritualista”, un “asceta” che afferma di credere in Dio ma, in realtà, ama solo se stesso.

Figlio del pensiero liberal, del ’68, di quella che Plinio Correa de Oliveira chiamava la “quarta rivoluzione” (dopo la riforma protestante, l’illuminismo giacobino e la terza il socialismo marxista), il buonismo ne incarna il “volto umano”, assimilabile dai moderati e anche dai conservatori.

Sul piano sociale questa attitudine ha portato danni irreparabili in ambito pedagogico e qui è più pertinente parlare di “lassismo” o “permissivismo”. Sulla scia delle teorie di Benjamin Spock, si sono diffuse prassi “antiautoritarie” che hanno sottratto bambini e giovani al senso del sacrificio e della disciplina. Si è, in altre parole, ritenuto che l’amore genitoriale potesse limitarsi soltanto all’aspetto affettivo, senza alcun potere correttivo o sanzionatorio. Niente punzoni, solo comprensione e ascolto. Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: droga, comportamenti devianti, imbarbarimento dei costumi, mancanza di rispetto per i soggettivi educativi, siano essi la famiglia o la scuola.

Il massimo del paradosso, tuttavia, il buonismo lo esprime nei dibattiti sull’immigrazione e sul multiculturalismo: anche in questo ambito il buonista non è in grado di guardare serenamente la realtà oggettiva, schiavo com’è dei suoi “pregiudizi al contrario”, per cui lo straniero è sempre e comunque una persona da accogliere, una vittima dei nostri antenati colonialisti brutti, sporchi e cattivi. E anche qui le conseguenze sono state nefaste: sfruttamento della manovalanza extracomunitaria, microcriminalità diffusa, rigurgiti di razzismo, ghettizzazione, difficoltà di integrazione, per non parlare dell’ascesa del fondamentalismo islamico.

Ci troviamo, insomma, di fronte ad un autentico “cancro della volontà”, un ottenebramento della ragione e dell’autonomia di giudizio. Il buonismo non ha nulla a che vedere con la bontà, né con l’onestà o la rettitudine: ne è soltanto una grottesca caricatura. L’uomo veramente buono ha una mente ed un cuore molto più profondi. Sa guardare oltre le apparenze e la sua fame di giustizia lo spinge a battaglie controcorrente. L’uomo buono si inchina umilmente dinnanzi alla Realtà e la osserva senza le lenti deformanti dall’ideologia. Ama la Verità senza distinguo e la afferma con vigore, se necessario. È consapevole che per cambiare il mondo servono scelte coraggiose e che, per portarle avanti, non bisogna avere paura di perdere il consenso, di finire in minoranza o di farsi nemici. Ed è proprio nelle mani di tali uomini buoni e coraggiosi il futuro dell’umanità.
 

Fonte: L'Ottimista, 25 Novembre 2010
Pubblicato su BastaBugie n. 176


giovedì 28 febbraio 2013

Auto-Invitati



CHARLES BUKOWSKI - AUTO-INVITATI

[...] Quel che cerco di dire è che
6 delle ultime 8 sere abbiamo avuto ospiti,
tutti auto-invitati,
e come dice mia moglie: "non vogliamo farli restar male".
Sicchè ci sediamo e li ascoltiamo,
certuni famosi e certuni mica tanto,
certuni piuttosto svegli e divertenti,
certuni mica tanto,
ma finisce tutto in chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera,
parole, parole, parole,
un garbato mulinello di suoni
che rivela innanzi tutto solitudine:
in un modo o nell’altro, chiedono tutti di essere accettati,
di essere ascoltati, e ciò è comprensibile,
ma io sono uno di quelli che preferirebbe starsene tranquillo a casa
con la moglie e i suoi 6 gatti
(o di sopra da solo a fare niente).
L’impressione è che sia un egoista
e mi senta sminuito dalla gente
ma non ho l’impressione che loro si sentano vuoti,
ho l’impressione che li diletti
il movimento delle loro bocche.
E quando se ne vanno
quasi tutti accennano a un’altra visitina.
Mia moglie è carina, li saluta con calore,
ha un cuore d’oro, così d’oro che quando, che so,
andiamo al ristorante e scegliamo un tavolo
lei prende il posto da cui si può “veder la gente”
e io quello da cui non è possibile.
D’accordo, sono un figlio del demonio;
l’intera umanità mi annoia e no, non è paura,
sebbene qualcosa in loro mi spaventi,
e non è invidia perché non voglio nulla di ciò che loro vogliono,
è solo che in tutte quelle ore di parole parole parole
non sento niente di davvero buono coraggioso o nobile,
e che valga un briciolo del tempo in cui mi hanno impallinato le cervella. [...]

sabato 3 novembre 2012

I Dannati Non Muoiono

JIM NISBET - I DANNATI NON MUOIONO

Come riconoscere la differenza tra dolore e piacere? Dicono che due corpi che si uniscono si fondano in qualcos'altro, pensò Herbert. In qualche modo, in qualche punto, la gamma delle sensazioni umane, delle emozioni, si capovolge e il dolore diventa piacere, o viceversa.

Arrivò la sua acqua con lime. Lui la ignorò, ma Windrow si mise a fissare le bollicine dentro il bicchiere. Gli dava sollievo, per qualche motivo, vederle salire lungo i fianchi del bicchiere, intorno ai cubetti di ghiaccio e alla scorza verde del lime, che galleggiava in superficie. "Allora, Marty? Che ti succede? Sei scivolato nella vasca da bagno?" "Sono stato buttato fuori da un caso che non era nemmeno mio e uscendo sono rimbalzato sul marciapiede."

Se Windrow voleva ottenere qualcosa da Feyn -e a Windrow sembrava che da Feyn dipendesse la soluzione- avrebbe avuto bisogno di una leva. E per fare leva su di lui ci sarebbe voluta una prova. Una prova schiacciante, qualcosa di cui nemmeno la polizia era a conoscenza. Il caso che avevano in mano, al momento, era fatto unicamente di sottili figure tracciate in aria con le dita, solo una manciata di scintille cadenti in una notte buia, nè più nè meno di quelle di Windrow.

Il sogno fu lungo. Nel sogno tutti gli avvenimenti, veri e presunti, vissuti o soltanto immaginati, gli volteggiavano intorno. Per un certo tempo -quanto, non l'avrebbe mai saputo dire- le scintille continuarono costanti a creare disturbo e confusione nei suoi sogni con le loro processioni disordinate e sconnesse, e finivano sempre per avvitarsi in lunghe spirali di penosa densità, caratterizzate dal vuoto, ma un vuoto carico del peso di qualcosa che aveva lasciato incompiuto, un gesto che doveva fare, un messaggio che doveva consegnare.

L'occhio visibile nello spiraglio della porta saettava da destra a sinistra. Cercava una via d'uscita, pensava alla finestra all'estremità opposta della stanza alle sue spalle, voleva andare a guardare per controllare dei dettagli che non ricordava. Ma non era disposto a correre il rischio di lasciare nel corridoio quello sconoscito così informato. Poi l'occhio smise di andare da una parte all'altra e Windrow capì, o meglio vide, da quell'occhio, che era stata presa una decisione. Ogni volta diventava più facile prendere quella decisione per l'uomo con l'occhio che adesso si stava concentrando su Windrow. Se questo strano individuo nel corridoio sapeva tante cose, doveva per forza finire come tutti gli altri. C'era un modo semplice, efficace e sicuro di sbarazzarsi di un essere vivente che sapeva troppo; e sarebbe stato quasi -l'occhio si allargò- altrettanto divertente che con gli altri. Ma -e l'occhio guardò oltre Windrow- era solo? L'occhio si allargò ancora -sì- e ritornò a Windrow...si sarebbe quasi detto ridiscese su Windrow, perchè l'occhio era contenuto nella testa di un uomo alto. L'occhio, del tutto morto quando Windrow l'aveva visto per la prima volta, ora cominciava ad accendersi. L'occhio sorrise e la punta della lingua si mosse a scatti tra le labbra, poi anche le labbra si mossero, formando delle sillabe.

Windrow lasciò che gli occhi restassero chiusi. Una parte di lui, nel profondo, e forse nemmeno troppo nel profondo, voleva essere lasciata in pace. Si rendeva conto che era soprattutto la morfina a dire la sua. La morfina lo voleva tutto per sè. E una parte di lui era d'accordo con la morfina. Una parte di lui, una parte fondamentale di lui, voleva essere lasciata in pace, morfina o non morfina, per sempre. Un'altra parte di lui, tuttavia, non amava sentirsi dire quel che doveva fare. Così, con uno sforzo immenso, si scosse di dosso il clamore silente dell'autorità.

"C'è modo di sapere quando, come dire, chiedi troppa di questa roba?"
"Sì." Windrow sorrise senza aprire gli occhi. "La macchina chiama il prete."
"Okay." Marilyn gli lasciò la mano e si appoggiò allo schienale della sedia. "Purchè non chiami il coroner."
Passò ancora un po' di tempo. Forse ne passò parecchio. La sirena antinebbia era un metronomo inscrutabile. Quella e l'oscurità.
Un segnale di qualche tipo lo richiamò bruscamente nella stanza, la stanza che poteva lasciare solo a tratti, una stanza che in realtà era molto stanco di abitare, ma che adesso aveva urgente bisogno di visitare di nuovo.
Windrow non emise alcun suono. Dietro di lui un mare nero si stava silenziosamente gonfiando e doveva, voleva, tenerlo d'occhio.
Si accorse che stava sbattendo le palpebre. Senza rumore. Sbatteva le palpebre senza rumore. No, non era esattamente vero, perchè udiva le ciglia sbattere contro la pelle sottile e ipersensibile delle guance scavate mentre si rendeva conto che una volta tanto, fatto o no, era rimasto senza parole. Il tempo continuò a trascinarsi nella stanza buia finchè, finalmente, tra le fronde cascanti della sua mente frusciò un pensiero...